C’era una stolta

Ognuno di noi ha vissuto storie importanti, di quelle che hanno insegnato tanto e che ti dice culo se arrivi nella vita altrui dopo una storia così piuttosto che essere proprio tu, quella storia. Ti dice bene, insomma, se la persona che incontri è già stata vaccinata, sverminata ed è pronta a varcare la soglia di casa tua come un batuffolo di cucciolo che sa già che la cacca va fatta nella lettiera e non sul pavimento. Perché la rieducazione sentimentale sono gioie e dolori. Si cresce, non senza sacrifici, ci si confronta, si abbandonano pezzi di sè come lo sportello dell’automobile divelto in un incidente in tangenziale, dopo il quale riparti allacciandoti la cintura ma senza poter appoggiare il braccio al finestrino perché alla tua sinistra non c’è più nulla. Solo un buco. Ma questa è un’altra storia.

Io ho avuto una relazione rieducativa, che mi ha messo in piedi, in fila contro un muro, mi ha imposto ordine e disciplina, basta frignare. Prima di incontrare la persona cui devo tutto, le mie sicurezze più traballanti come le mie insicurezze più tenaci, ero proprio una stolta, sul serio. In sintesi, la vita era per me come una versione psicopatica di un blockbuster americano incentrato sul match cruciale di studenti cazzoni giocatori di baseball che si giocano il tutto e per tutto per vincere una borsa di studio per il più prestigioso college americano e c’è sempre il nero che deve andare a lavorare per mantenere la mamma single spiantata e il coach che gli paga le bollette pur di farlo giocare perché è nero, e quindi è il più forte di tutti. Una storia in cui l’insegnante di educazione fisica che era un ragazzo di belle speranze ed è finito ad insegnare sport in un liceo di provincia spinge i ragazzi a dare il meglio di se chiamandoli “i miei campioni” e che urla che ce la possono fare a vincere, perché lui crede in loro.

Insomma. Il succo è che, prima di quell’incontro che mi ha cambiato la vita, ogni parola che mi mettesse in discussione era per me una coltellata in pieno petto, allora non sei dalla mia parte? O dentro o fuori, se non sei con me sei contro di me. Mi viene da ridere se ci ripenso, ma a bocca chiusa, così nessuno se ne accorge e io posso evitare di mortificarmi. Chiaramente è stata importante, importantissima. Una storia meravigliosa. In altre parole, un inferno. Ma dopo un lungo periodo paragonabile ad un vero e proprio orfanotrofio dickensiano, in cui ti sforzi di mangiare i fagiolini molli al refettorio dopo le punizioni corporali subìte per aver lasciato il piatto pieno e dormi con la luce accesa la notte sentendo i passi pesanti, magari con tanto di rasserenante cigolio di catene in sottofondo, fuori al corridoio, ho imparato che la vita non si distingue in chi è dalla tua parte e chi è contro di te, ma se così fosse allora hai più bisogno di chi ti dice che sbagli che di chi ti dice: andrà tutto bene. Perché la verità, la mia, almeno, è che non basta una fiducia immotivata nel futuro se non metti in discussione il presente che non va bene. Ovviamente, ho dovuto sradicare delle parti di me che ancora mi pendono ai lati come ciuffi di capelli scomposti dopo lo strascino di una vaiassa fuori ad un locale perché “stai guaddann o uaglion mì?”, ho elaborato migliaia di idiosincrasie che nemmeno sotto il militare quando impari a rifare il letto che pare squadrato con un righello e ti lucidi gli anfibi che brillano come uno specchietto con cui fai i giochi di luce in una pigra giornata di sole, e poi finisci ad andare in giro con una pistola infilata nel retro dei jeans, ma ancora molto è rimasto da fare.

Non ho purtroppo imparato a contare prima di parlare, a masticarmi le parole in bocca prima di sputarle

fuori quando qualcosa non mi va bene. Non ho imparato la buona educazione, a stare seduta composta a tavola, a non rubare il cibo dal piatto del mio vicino di sedia, a stare troppo tempo da sola, a ridere meno sguaiatamente. E soprattutto, ad accettare le cose che mi fanno soffrire con l’elegante dimestichezza di chi si imbatte in un fastidioso contrattempo. Ma ho abbandonato la mia idea infantile di una relazione salvifica, che mi salvi dai miei guai immaginari, personali, irrilevanti, che sono per me serissimi, universali e assai gravi. Ho mollato la convinzione di avere sempre ragione solo perché so alzare di più la voce. Ho perso la voglia di far battaglia per qualsiasi cosa, anche se continuo a preparare il campo ogni mattina appena sveglia, quando apro gli occhi e le quattro mura che mi circondano sono quelle di casa mia. Ma in fondo chi si sente veramente a casa quando ha messo in discussione ogni regola imposta a sè e agli altri, su cose importanti o anche banalissime. Come la cottura di quegli odiosi, mollicci, schifosissimi fagiolini.

È solo un escamotage

Se le cose non vanno bene, in una relazione, c’è chi scappa e c’è chi resta. Chi si ostina ad insistere, come a voler onorare un patto stretto chissà quando, di quelli che non ricordi bene ma deve essere stato di notte tarda dopo parecchi bicchieri. E poi c’è chi abbandona, invece, quel rapporto malsano e spremuto all’osso, ormai, di ciò che di buono poteva esprimere e non l’ha fatto. Perché basta, buoni sì ma fessi no, giusto?

E se chi se ne va ha il plauso della comunità intera di single seduti ad un tavolino qualsiasi del Bellini con spritz alla mano e occhiali da sole piccoli e stretti all’ultima moda appoggiati accanto al pacchetto di Camel, chi invece sabota una relazione positiva e potenzialmente straordinaria non merita la compassione proprio di nessuno. Ma siamo davvero così sicuri di essere tutti, qui presenti, capaci di prendere il buono e di scartare il malamente?

Gli inizi di un rapporto, si sa, sono meravigliosi, soprattutto con qualcuno di passaggio incontrato a Nilo che oggi lo becchi, domani chi lo sa. Nessun problema. Siamo tutti bravi a fare gli splendidi con chi vale poco e niente. Ma se invece incontri qualcuno che davvero ne vale la pena, allora lì partono i problemi. I problemi veri.

Una volta un tizio mi ha detto che appena le cose vanno bene con una ragazza e questa vuole avere una relazione con lui, beh, lui scappa e non si fa più trovare. Non ho detto sentire o vedere, ma proprio trovare, sì, non si fa proprio più vedere in giro. Lo immaginavo che si dava per disperso, tutto preso a cambiare numeri di telefono, giri di amici, ma, in verità, continuava a frequentare sempre lo stesso bar e sempre gli stessi stupidi, squallidi, amici. Tra cui me.

Ma non è il solo. Una mia amica, poi, in una di quelle serate tra ragazze in cui ci si mette a vicenda lo smalto sui piedi e poi si finisce a guardare brutal porno fino a notte fonda parlando degli ex più luridi che si riescono a ricordare dopo tutte le birre tracannate, mi ha raccontato di uno scappato di casa che faceva piovere giù insulti la mattina dopo certe serate incredibili, piene di passione. “Mamma mia, sai che paura aveva lui che mi accorgessi di quanto fosse una persona inutile?”, mi ha detto. Ed ancora. Al bar da Roberto, facendo colazione uno di questi svogliati sabato mattina presto, con libro e caffellatte senza nessuno sveglio a disturbarmi a quell’ora, ascolto casualmente la conversazione di due ragazze sedute al tavolino accanto al mio. Una racconta all’altra, ridendo – ma non troppo, di una relazione con un tizio che alla fine di ogni rapporto se ne andava via non prima di averla salutata. Con una stretta di mano.

La verità è che la paura di farsi del male, di ritrovarsi inadeguati, di dover cambiare idiosincrasie e piccole ossessioni ci fa sentire vulnerabili, e ci sembra che l’altro voglia derubarci, che so, fregarci. Non più, come agli inizi, quando ci appariva come qualcuno pronto a darci, forse dopo tanto tempo dall’ultima volta, qualcosa di prezioso.

E da questo pensiero, che presto o tardi arriva ad insinuarsi nella nostra testa, tutto cambia. Non pensiamo più a crescere, ma solo a sopravvivere. E tutto ciò che segue è solo un escamotage.

Oscillano i resti del giorno

Mi fermo un istante, per la strada, mentre mi sei vicino. Ti stringo, forse ti sto parlando del nulla perché le cose che vorrei dirti non posso nemmeno permettermi di pensarle, a volte, chissà. Mi guardi e scoppi a ridere, rido anch’io e penso che non c’è nient’altro che vorrei fare al mondo, se non ridere scioccamente di cose serie, e parlare seriamente di cose sciocche. I passanti ci guardano, se ne sono accorti forse loro di quello che dico senza muovere le labbra, ma solo le ciglia, che vogliono nascondere lo sguardo senza riuscirci. Ci passa accanto un motorino, veloce. Sento urlare: stuprala!

Ingoio gli ultimi pensieri belli della serata, il film che abbiamo visto al cinema non mi ha assai convinto ma la birra era fredda proprio come l’avevi chiesta, sai? Tu al buio eri l’unica cosa che volevo vedere, però, seduto accanto a me in una sala piena di gente, e pure carino, illuminato com’eri dal riverbero delle luci dello schermo.

Torniamo a casa, cerco di ridere, mica mi riesce. Allora ciao, è stata proprio una bella serata, ti scrivo eh, poi ci becchiamo in giro. È il gioco di chi non sa dire: sali da me?, e l’altro neppure, così ci si aspetta che siano le gambe a fare il passo successivo, verso il portone del palazzo. Salgo con te le scale a due a due e mentre ascolto il rumore dei miei passi pesanti sento solo: stuprala! Stuprala! Stuprala! Stuprala! Arrivo alla porta di casa col fiatone, cerco di correre più veloce ma non riesco a lasciarmela alle spalle, la bastarda. Quella voce si infila nella serratura della porta, scivola verso il pavimento e mi precede nel corridoio, attraverso la cucina, striscia nella vasca da bagno, arriva nella stanza da letto.

Quella voce è ancora lì, è rimasta per tutto il tempo adagiata sulla sedia tra i nostri vestiti spiegazzati. Faccio per non guardarla, ma lei mi fissa e non riesco proprio a far finta di niente.Ti avevo parlato di un anno fa, di quella volta in cui un mediocre mi ha teso una trappola vigliacca nel suo studio, dove eravamo soli, lui ed io, completamente paralizzata sul suo divanetto da catalogo da ufficio, schienale dritto, grigio scuro, cuciture in rilievo, mani lunghe. Le sue. Mi ricordo di questo gigantesco quadro appeso al muro, raffigurante una enorme donna con i seni scoperti, i capezzoli grandi quanto un mio pugno. Adesso il mediocre è accanto alla voce, nella mia stanza da letto, ma è anche sul divanetto grigio topo modello violenza sessuale a portar via, vieni per un consulto legale e vai via con un trauma. Un’offertona, disponibile a richiesta solo per una cazzona come me. Allo stesso tempo, però, non so come, è anche per la strada che abbiamo percorso fino a casa, seduto su un motorino che sfreccia veloce e bisbiglia: stuprala. Ha i denti in fila, uno accanto all’altro, dritti e un po’ curvi. Non ha bisogno di urlare, sa che lo sento benissimo. Io lo guardo, lui mi strizza l’occhio. Sono sempre qui, Maria. Non me ne vado mica, bella. Vuoi un aperitivo? Lo chiamo giù al bar. Sta arrivando la mia ragazza, ma non andare via, sei fidanzata? Fatti più vicina, dai. Guarda quanto è grande questo divano, ti piace?

Ti guardo mentre sei di nuovo al buio, accanto a me, con la luce che filtra dalla porta del bagno. Tu te ne accorgi, mi chiedi cos’ho. Ti dico qualcosa, non so più cosa, e mi fai: mi dispiace. Non dici: che stupidaggine, non è nulla, quanti problemi che ti fai, che cazzo. No. Dici solo: mi dispiace, e allora io sorrido, perché mi sembra che tu sia dispiaciuto per tutte le cose brutte del mondo, quelle che mi sono già successe, che nemmeno conosci, e quelle che ancora devono arrivare. Perché arriveranno, mi dice sorridendo il mediocre dall’altro lato della stanza. La sua voce è quella che non è andata via dalla stanza per tutta la serata, mentre fuori ancora oscillano i resti del giorno.

Mi volto, spingo la faccia contro il tuo petto. Chiudo gli occhi e non sento più niente.

La sindrome del compagno fantasma

Se l’analisi dei rapporti non è paragonabile ad una scienza perché ognuno segue una regola tutta sua, è anche vero che quando qualcosa non funziona ti senti preda della peggiore delle influenze intestinali, e non ti resta che chiamare il tuo dottore, emotivo s’intende, l’amica a cui mandi gli screenshot di ogni messaggio inviato e ricevuto o il barista componente che ti vede parecchio giù e ti offre il primo giro. La mia dottoressa ha i riccioli biondi e lo sguardo di ghiaccio, sa cazziarmi come nemmeno mio padre quando a quindici anni tornavo alle cinque del mattino e lui mi portava al balcone di casa, e mi diceva: guarda, Maria, non c’è nessuno per strada a quest’ora. Mi dici dove cazzo sei stata? Adesso, si capisce, questo giochetto non gli riuscirebbe più, perché alle cinque di mattina giù a Bellini pare mezzogiorno nella piazza del quartiere dove si tiene il mercatino rionale nei giorni di festa. Ma all’epoca nemmeno un tossico che sbucasse dalle mura greche a dargli torto, cazzo. E oggi come ieri, con la mia amica sono sempre più mortificata quando mi fa notare che all’ennesimo inizio di storia che non porterà mai a niente, o l’ennesimo inizio di niente che non porterà mai e poi mai ad una storia, sono rimasta da sola come su quel balcone ed è arrivata l’ora di mollare tutto ed aspettare l’arrivo del nuovo giorno.

Ma qualche volta, sono in grado anche io di curare le ferite emotive delle mie amiche e la prognosi che più spesso mi ritrovo a regalare davanti a un bicchiere di vino o via skype con collegamenti oltreoceano è senza dubbio la sindrome del compagno fantasma. Una volta in tv vidi uno speciale sulla reazione della gente a fatti traumatici, come le amputazioni. Mi colpì più di tutte la sindrome dell’arto fantasma, quella per cui se ti tagliano via un piede senti ancora prurito al calcagno o se ti staccano una mano, magari ti fanno male le dita o senti ancora di poterle muovere. Non ci si arrende, insomma, all’idea di aver perso quei pezzi di corpo così importanti, e ci si ostina con inspiegabile cocciutaggine ad utilizzare quei prolungamenti di sè che ormai sono belli che andati.

“Ed è la stessa cosa che fa il tuo ex con te, non c’è storia. Quando stavate insieme non gli andava bene nulla di te, di voi due insieme, e adesso che stai con qualcun altro, vuole un figlio. Un figlio, rendiamoci conto!”, mi metto a ridere seduta al tavolino di Berisio mentre aspetto il mio bicchiere.

“Scusami, ci vuole ancora molto?”, chiedo al ragazzo che gira tra i tavoli per ritirare i bicchieri vuoti. Senza alcool la mia parcella sale di parecchio, non è il caso di farmi aspettare.

Il punto è che una volta finita, e soprattutto se in malo modo, la storia, con uno strappo repentino dopo una lunga agonia di incomprensioni, capita che uno dei due non sappia proprio arrendersi al fallimento, all’idea di aver perso qualcosa o qualcuno che, in definitiva, aveva sempre dato per scontato nella sua vita, così come ognuno di noi dà per assodato il proprio piede o il gomito. Non è in grado, diciamocelo, di capire bene gli errori, se di errori si può parlare, compiuti nella relazione e che, quindi, lo sappiamo benissimo, continuerà a ripetere all’infinito come in un girone infernale, come Prometeo cui un’aquila staccava gli intestini che gli ricrescevano durante la notte affinché il giorno successivo potesse patire nuovamente i tormenti della lacerazione delle carni. E così noi continuiamo a rispondere a quei messaggi di amore inutilmente inconsolabile, a tenere testa ad insulse scenate di gelosia fuori tempo massimo, ci facciamo crescere nuovamente dentro quei sentimenti per farceli strappare di nuovo, nonostante i dolori della fine della storia già patiti a sufficienza. Chissà cosa pensiamo davvero di dover scontare, quale malefatta di una vita passata riteniamo di aver compiuto per rimanere incastrati in enormi ruote panoramiche da cui ci affacciamo sulla nostra stessa mestizia.

Il club dello spazzolino da denti

Una volta a casa sua, mi aveva prestato uno spazzolino da denti. Sembrava usato, e anche malridotto. Alla vista della mia faccia perplessa, mi spiegò: era quello che usavo io prima, se non ti fa schifo usalo pure. Lo fissavo mentre, nel piccolo bagno al piano di sopra, quello adiacente alla cucina, insaponava i suoi denti piccoli e diritti con la faccia tirata in una di quelle smorfie che si fanno quando qualcuno racconta un episodio parecchio splatter. Mia madre adora raccontarmi vicende che io chiamo “ai confini della realtà”, per la particolare truculenza che ci mette nei dettagli, che mi fa socchiudere gli occhi e arricciare le guance all’insù. Ecco, mentre strofinava i denti bianchicci di dentifricio, lui faceva la stessa faccia contrita e io lo guardavo tra il divertito e il preoccupato. Presi quello spazzolino dalle sue mani, che mi porgeva come a sfidarmi sui miei pregiudizi piccolo borghesi sull’igiene della società contemporanea. Decisi che non gliela avrei data vinta, e avrei mostrato di fidarmi. Ci piazzai uno sbuffo di dentrificio su, con la solennità di chi deve dimostrare qualcosa. Come se avessi impugnato uno skateboard sulla cima di un dirupo davanti a tutti i ragazzi ripetenti della mia scuola, oppure un bisturi di fronte ad un uomo colpito da un proiettile che avesse come unica speranza di sopravvivenza le mie mani, che peraltro sono ferme come un cane sui pattini in un video strappalike, ho avvicinato quell’oggetto spelacchiato che sì, mi faceva schifo non poco, alla bocca e ho chiuso gli occhi, arricciando le guance all’insù. Quando li ho riaperti, lui mi fissava con lo sguardo accigliato con cui mi guardava di solito quando dicevo una delle mie tante stupidaggini. Come al mio solito quando qualcuno mi spinge a dimostrargli qualcosa, ho eseguito davanti a lui il compito assegnatomi con fare brillante e dinsivolto. Ho sputato grumi di dentrificio pastoso nel lavandino e non ci ho pensato più.

Alcune sere dopo, mi raggiunge a casa un’amica per cena. M. veniva spesso da me in quel periodo, parlavamo un sacco di tutto e si faceva tardi, assieme, per cui capitava che dormisse da me. Mentre è al bagno mi racconta di un ragazzo, l’ultimo dei tanti imbecilli, che l’aveva invitata a casa sua e lei era rimasta a dormire con lui. Prende a raccontarmi di come era casa sua, mentre io, nella camera accanto, la ascoltavo parlare mentre piegavo i vestiti che erano accumulati sulla sedia, per far spazio alle sue cose.

“E poi mi dà questo spazzolino da denti, no? Dovevi vederlo, era consumato come un vecchio copertone in una discarica a cielo aperto, non puoi capire che schifo. Chissà a quante ragazze lo fa usare, quella specie di latrina pubblica. Sicuramente a tutte quelle che si porta a casa per scoparsele dopo le serate in cui lavora al pub, ci scommetto quello che vuoi, quel lurido!”

Ho alzato piano lo sguardo dalla gonna di velluto che stavo ripiegando con cura e credo di aver anche spalancato la bocca, non lo ricordo con esattezza. Come in una specie di sonno della ragione o, peggio, nel pieno risveglio di essa, ho fissato la porta del bagno da cui usciva, filtrata, la voce di M. che continuava a sparlare del sozzone che aveva conosciuto. È stata proprio la vista di quello spazzolino a dargli questo simpatico nomignolo, sozzone, e chiaramente ancor più sozzone erano le deficienti che lui portava a casa sua e che magari lo usavano pure, quello spazzolino merdoso!, continuava ad inveire M.

Come per un mancamento, mi sono seduta sulla sedia stracolma di vestiti, incurante di spiegazzarli con il mio culo tremolante. Il pensiero che fossi anche io una sozzona mi fece sbottare a ridere istericamente.

Chiaramente il sozzone della mia amica e quello che aveva osato utilizzare la stessa pratica senza preoccuparsi di farmi condividere ogni batterio e residuo di cibo con tutte quelle che aveva portato a casa sua prima di me, senza alcun contraccettivo che difendesse il mio alito e l’integrità delle mie tonsille, non erano la stessa persona. Ma se questa faccenda era condivisa da almeno due persone di mia conoscenza, lo spazzolino orgiastico, il polispazzolino, lo spazzolino aperto o comunque lo si voglia chiamare, era pratica di chissà quanti altri ancora. Magari anche di persone che conosciamo. Che so, vicini di casa, colleghi di lavoro, conoscenti di un bar. Un club segreto, una specie di fottuta confraternita che utilizza quello bastoncino ciuffoso come simbolo di libertà sessuale, e magari nell’offrirlo alla propria conquista vuole addirittura significare una proposta di un rapporto libero, di un threesome, che ne so. Accidenti, magari accettando quello schifo, l’ultima volta, avevo dato, senza saperlo, il mio consenso per una notte a tre con chissà chi, e la prossima volta che fossi andata da lui avrei trovato ad aspettarmi suo cugino, quello coi brufoli, ficcato sotto le lenzuola senza vestiti addosso, o la sua coinquilina con i denti storti e l’alito pesante, Giorgia.

Alito pesante, pensai. Oh mio Dio.

Da allora ogni volta che entro nella casa di qualcuno che mi piace e che mi invita a salirci al termine di una serata insieme, con una scusa vado diritta al bagno, controllo il numero di spazzolini corrispondenti a quello dei coinquilini, senza dimenticare di aprire gli armadietti per cercarlo bene, quel simbolo di dissoluzione, quella proposta oscena travestita da sana abitudine, quell’invito aberrante ad abbandonare la moralità dei miei costumi. Se non trovo niente, torno a sedermi sul divano e finisco il mio bicchiere. Se trovo un qualsiasi spelacchio in un cassetto o nell’anta dello specchio, fingo un contrattempo, saluto in fretta e prendo un taxi, di corsa, per tornare a casa, prima che la faccenda si faccia troppo affollata.

Amore ‘ntuosseco

Oggi ripensavo a quella volta in cui, per limonare, ho messo su un vecchio film di drogatelli. Credo sia davvero la rappresentazione più alta del livello raggiunto dalle mie relazioni e al contempo il picco del ridicolo più grande mai toccato. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Ma poi, il film non è mica uno qualsiasi, è bello tosto, con una colonna sonora angosciante e gente che si buca da tutte le parti. All’inizio, quello di “dove ce la spertusiamo la venazza?”, fa ancora mezzo ridere vedere Cesare e gli altri in giro a svoltare, là ci sarebbe stato proprio bene un bacio. Ma lui non si sbriga e il film va avanti. Arriviamo, così, alla parte in cui Michela va in overdose e comincia a tremare e sbavare per le convulsioni. Cazzo, tra dieci minuti finisce il film e io sto qui come una scema, penso.

Maria, ma quella sta morendo!, sputazza bile e Cesare piange, che non sa che fare. Non è il momento, questo. Ho capito, ho capito!, mi rispondo, ma ho comprato una bottiglia che non mi è rimasto più un soldo in tasca per sta serata del cazzo, non la faccio finire così, senza neanche un bacio. Che grande idea, mettere su un film di tossici dell’83 per impressionarlo, ad uno che ha la cultura cinematografica di un seguace dei Vanzina, e magari la cosa più paurosa che ha visto in tv è ET. Si è impressionato sì, il ragazzo, ma non per la qualità del film, no. Si è preso a male per ogni benedetta pera che si facevano i personaggi del film. Porca miseria. Quando loro si bucavano, lui si dimenava sul divano come un topolino bianco dagli occhi rossi in una teca piena di bisce messe a dieta per l’occasione.

La serata sta andando parecchio male, non trovi?, mi dico. Che pensata geniale, davvero, i miei complimenti, mi dicevo, mentre di sottecchi lo guardavo portarsi le mani al volto a coprirsi gli occhi. Vivissimi complimenti. Sì ma ormai è fatta, continuo a contestarmi in silenzio. Qua si arriva ai titoli di coda senza nemmeno uno sguardo che consola. Ma che te ne frega, mi rispondo stizzita, non lo vedi che è tutto sbagliato?

Non vi dirò se il bacio c’è stato o meno. Pensate quello che volete, non è importante. Ciò che conta è che, alla fine, lui è scappato via al termine del film lasciando il portafogli sul tavolino, pur di andarsene in fretta. Sarà stato il film? No, non credo. Non credo affatto. Credo di essere stata proprio io. Il giorno dopo mi ha mandato un whatsapp perché gli lasciassi le sue cose al bar. Del resto, una volta fuori dalla teca, il topolino non ci rientra nemmeno per riprendersi il bancomat. Mica scemo.

What happens in Zara stays in Zara

Una volta ho incontrato un tizio, ed è andato tutto alla malora. Vorrei potervi dire che si trattava del solito rifiuto umano raccattato come una pezza ad una svendita in cui, a poco prezzo, credi di aver fatto un grande affare e ti ritrovi l’armadio infestato dalle pulci. Eppure in quel periodo giravo anche io con un cartello che gridava alle grandi occasioni, ma c’era davvero tanto da spendere e ben poco da guadagnare.

Mi sono accanita, ho cercato di cambiarlo, di spingerlo a migliorare, a lasciare il reparto dei saldi per raggiungere almeno il piano basic di Zara. Poi mi sono arresa, ho imparato a lasciar andare, a concentrarmi su di me, sui miei problemi e i cambiamenti, necessari, che mi aspettavano. Ho inforcato le scale mobili, sono passata dalla cassa e l’ho guardato mentre rimaneva lì, su una gruccia, in attesa che qualcuno passasse da quelle parti e si infatuasse della sua stoffa in apparenza morbida e profumata, cercando di non mettermi ad urlare ai presenti di lasciarlo perdere, che erano ancora in tempo, che dopo un paio di lavaggi avrebbe infeltrito anche le migliori intenzioni. Ho inghiottito ogni senso di colpa per quel fallimento, e sono andata via, mi sono data una botta di ferro alle pieghe più accigliate e, borbottando, ho ripreso colore.

Ci siamo ritrovati dopo anni in un mercatino dell’usato, stanchi entrambi delle centrifughe e delle stropicciature da sedia, dove ci hanno lasciato a giacere e a spezzarci le ossa ad ogni cambio d’abito. Lui era appeso a mo’ di foulard alla borsa di una ragazza con un completo verde rana, non proprio piacente, ma che mostrava di sapere il fatto suo. Io mi annoiavo su una bancarella, in attesa che passasse qualcuno di interessante verso il quale far svolazzare la mia fantasia a rombi, classica e mai demodè. Ero molto cambiata da quando mi aveva vista l’ultima volta, di una taglia oversize e colorata come si portava qualche anno fa, prima di essere ricucita e rimessa a nuovo da una sartina compiacente che aveva creduto in me e mi aveva restituita alla vita con un aspetto più rugoso ma anche più gradevole. Si è slacciato dalla borsa della rana e si è arrampicato alla griglia su cui ero stata appoggiata, ci siamo scambiati i numeri di telefono ma erano sempre quelli, li avevamo già. Prima che la tipa si mettesse a gracidare “al ladro”, mi ha fatto un occhiolino con un lembo penzolante ed è sgusciato via. Dopo fiumi di messaggi, gli ho chiesto di incontrarci, ma lui aveva paura di lasciare quel cuoio cui era stato ben abbinato, e tentennava. Si ricordava, evidentemente, di come fosse difficile avere a che fare con me, ma al momento non riuscii a capire quanto fosse in realtà una fortuna, mi dannavo soltanto di non riuscire a trovare anche io chi mi rendesse un completo, ma d’alta moda. Fattosi inverno, pensavo già di tornare dalla sartina per diventare un cappotto, quando lui ha bussato alla mia porta. Erano le quattro del mattino, era visibilmente ubriaco, aveva fili che gli pendevano scomposti ai lati e quell’aria sfilacciata che mi aveva sempre affascinato di lui. Così l’ho invitato ad entrare e ci siamo arrotolati nel comó tutta la notte. Era cambiato, finalmente, aveva capito che voleva me e che voleva essere diverso, basta inganni, niente più forzature e bugie. Era arrivato anche per lui il momento di crescere, di diventare altro da qual miscuglio di trame ed orditi di cui era composto.

Il giorno dopo mi risveglio tra i calzini, lui era già andato via. Aveva lasciato cucito su un tovagliolo che sarebbe tornato quella sera, non si è più fatto vivo. Nei giorni successivi ho pianto batuffoli di rabbia e vomitato gomitoli di bile. Ero tornata, d’un tratto, alle grandi occasioni, ma quelle perse, perse per sempre, che non dimentichi più e che devi ricordare per tutta la vita, perché non ci si può dar via così, a buon mercato, nemmeno per un grande amore e che poi non è mica un grande affare quello per cui prendi due e paghi uno, perché quell’uno, che sborsa e sbuffa, sei sempre te e solo te.