Tre secondi

Quando parlo al telefono con una persona a cui tengo, e stiamo per attaccare, aspetto sempre qualche secondo, dopo averla salutata, prima di staccare la linea. È una cosa da disturbati, lo so, ma mi servono proprio quei tre secondi, sono fondamentali. Mi prendo il mio tempo per sorridere scioccamente per l’ultima battuta fatta, per il pensiero che la so lontana da me, ritorno con la mente ad un appuntamento o una spiegazione che mi è arrivata nel corso della conversazione. Allontano il cellulare dall’orecchio e guardo lo schermo. Se l’altra persona ha attaccato così in fretta da risultare già conclusa la telefonata prima ancora che io riesca a portare il dito al tasto rosso, ecco qua. Mica mi dispero. Peggio. Sono pressappoco sulla soglia della disperazione che mi costringe a svuotare la cucina da tutti i carboidrati disponibili. Divento insicura, piagnucolo anche, se non c’è nessuno a guardarmi. È un po’ come quando saluto qualcuno per la strada e mentre mi avvio verso i miei impegni mi volto ad osservare la sua andatura diversa, di quelle che hai quando lasci un amico, ti rimetti la tua armatura di difesa dal mondo, che so, gli occhiali da sole o le cuffie nelle orecchie e riparti. Se non si gira per un ultimo occhiolino, o una smorfia di accompagnamento verso i reciproci smazzi che ci costringono a separarci, mi sento inconfessabilmente offesa nel profondo. Non ne parliamo, poi, se la persona che si allontana è quella a cui ho già dato un soprannome con le amiche, alle quali ho inviato la cronologia dei suoi post su Facebook dalla iscrizione nel 2008 ad oggi con la stessa serietà di un direttore di agenzia che invia il materiale per il brainstorming alle coppie creative con giorni di anticipo.

Lì girarsi diventa una questione di forza, un braccio di ferro che si vince solo se, quando alla fine cedo, incontro anche il suo sguardo. Questi rapporti mi costringono a piroette di ego e circonvoluzioni di autostima, e mi chiedo, ogni volta, ma perché ormai non si gira più nessuno, al saluto che non sai per quanto ti separerà dall’altro? Perché non si sente il bisogno di accompagnare con un’ultima occhiata l’altro verso la propria mesta ed ingiusta giornata, condividendo senza parole quell’unico momento inspiegabile, intraducibile a parole, che nessun caffè da Nea la domenica mattina potrà mai restituire alle orecchie curiose delle confidenti più appassionate?

Si sottovaluta, in un modo che ancora non mi spiego, il potere che ha quel passo cui ne segue un altro e un altro ancora, durante il quale ti chiedi se voltarti o meno, e sai che sarebbe più figo non farlo, e farti osservare mentre ti dai un tono e il vento ti solleva i capelli se la natura ti sorride o ti scompiglia i ricci se come al solito è brutale ed insensibile, e persino gli ingorghi del traffico sanno darti quell’aria di leggendaria figura metropolitana, che sa il fatto suo. Poi ti volti, perché non resisti, e ti aspetti di vedere l’immagine dell’altro in attesa del tuo passo, della tua giravolta, caschè, pliè, a bientot.

E invece quando col mezzo sorriso preparato allo specchio centinaia di volte sei già mezza ripiegata su te stessa, voltandoti con la leggiadria di una crêpe rollata in padella, dall’altro lato, come ti aspettavi, non vedi nessuno. O meglio, distingui una sagoma tra la folla, già al telefono a parlare con chissà chi. E se hai pazienza, e continui a seguirla nel suo slalom tra i passanti e i cani al guinzaglio, la vedrai staccare la linea e portarsi il cellulare alla tasca prima ancora che l’altro abbia detto ciao, aufiedersen, gùdbye.

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