L’animo del labrador

“Tutto sta ad uscire dalla zona di comfort”, mi diceva F. mentre mangiavamo pigramente patatine in busta ed aspettavamo che smettesse di piovere per uscire. “Fare un salto da quella piscinetta ristagnante che crediamo sia un oceano così vasto che non vedremo mai terra all’orizzonte, e che c’è da dar giù bracciate e bracciate mentre intorno a noi c’è solo blu a perdita d’occhio. E invece se guardi sotto il pelo dell’acqua ci sono solo alghe che cercano di afferrarti viscidamente le caviglie, senza lasciarti andare”.

Di che parli?, le chiedo pulendomi lentamente e accuratamente le mani unte sui jeans. “Della paura del nuovo, dell’ansia dell’ignoto che ti impediscono di risalire a riva e dartela a gambe verso luoghi più limpidi, finalmente artefatti. Per respirare aria buona, pulita. Non hai voglia di vedere anche tu il colore del corallo e i pesci che risalgono la corrente?”. Io, in silenzio, pensavo che, in effetti, ne avrei proprio voglia. Non mi sono mai considerata coraggiosa, al massimo una un po’ spavalda. Di quelle che abbaia ma non morde. Al massimo ti rovina un po’ le gambe dei mobili con le unghie, và, ma niente che non si possa aggiustare. Eppure, dopo decine e decine di rapporti sempre uguali, mi accontenterei anche di una conchiglia qualsiasi, nemmeno di una barriera corallina, di quelle che se le avvicini all’orecchio puoi fingere anche di sentirci il suono delle onde. Ed è questo il punto. Sì, ne ho voglia, e quindi?

“Sai qual è il problema? È questo maledetto animo da Labrador, che ci tiene avvinghiati fedelmente al peggior padrone che esista: al pensiero che quello che si vive possa essere altro. Ma altro da che?, se non quello che è già?”. Ho riso, pensando che, tra tanti cani conosciuti, proprio io dovessi paragonarmi a un batuffolo morbido e peloso da spot pubblicitario. Eppure, il suo ragionamento non faceva una piega. Se penso a tutte le volte in cui sono scesa sotto la pioggia a far pipì tirata da un guinzaglio implacabile, quando le esigenze mie più necessarie erano scavalcate con la fretta e l’approssimazione di chi non sente ragioni. E quando ingollavo crocchette puzzolenti mentre a tavola gli altri mangiavano carni prelibate?, ogni qualvolta ho dato spazio a chi non credeva che in un rapporto bisogna partire dalla parità, quella vera. Questo però non significa che resterò sulla soglia della porta nell’incessante attesa di ciò che chissà, magari un giorno arriverà, una carezza veloce prima di uscire o un richiamo affettuoso per mostrarmi, con orgoglio, ad uno sconosciuto in visita. E che dai labrador si può imparare a continuare la ricerca della vita, sotto le macerie, o almeno di quel poco che ne rimane. Senza fretta, senza ansie, senza condizionamenti. E come i cani da salvataggio, quando l’impresa è finita, ci possiamo allontanare in mare aperto godendoci gli schizzi e i raggi di sole.

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