Crying in a limo

0239ACFF-52C6-4654-959A-C64D89136FFBMi è pigliata così, sti giorni. Ogni imbecille frequentato e scartato che mi passi nuovamente sotto il naso, da Facebook ai whatsapp, quelli mandati per ripescaggio – si sa, quando ad esempio alla tipa di turno che stanno frequentando arriva una telefonata e loro si accorgono improvvisamente di qual è il suono della sua voce, che sovrasta per pochi secondi quella cantilena che ripetono dentro di sè per confortarsi che andrà tutto bene, andrà tutto bene -, ho deciso di insultarli come non ho mai fatto fino ad ora. Come si meritano, diamine.

Un compagno pubblica una foto per la quale certa gente non dovrebbe nemmeno riprodursi? Gli scrivo in privato: “nemmeno tu, ciccio, facci un favore”. Un altro mi scrive ciao tesoro come stai? E io gli rispondo con un vocale in cui si sente il suono dello sciacquone del cesso con i remix più famosi dell’estate scorsa. Quell’altro, poi, dovevate vederlo, l’ho incontrato per la strada, camminava con aria svagata e quando mi ha visto, io favolosa, con i capelli appena asciugati dal parrucchiere in onde morbidissime e lucide come neanche Bianca Balti dopo sei filtri su instagram, occhiali da sole, completo sartoriale e tacchi costosissimi quanto scomodi, si è congelato con sulla faccia un sorriso da trota salmonata. Allora si ferma, fa per salutarmi, io mi irrigidisco. Lo guardo con aria di trionfo. Aspetto di incontrarlo da mesi, dall’ultima volta che è andato via da casa mia lasciandomi un buco dentro che ho riempito con raggia e cemento. Ho immaginato questo momento per settimane, a luce spenta, accarezzando la fiera che avrei voluto, prima o poi, scagliargli contro. Quella bestia sono io. Ho una collezione intera di sguardi sarcastici, parole pungenti, movimenti fieri e precisi. Mi sento una macchina da guerra da lanciare contro di lui. È il mio momento. Cerco di trovare un modo offensivo per fargli capire cosa penso di lui. Sono pronta, sono carica.

Ma non abbastanza. Perché sono spaventata, lo guardo e quel buco comincia nuovamente a intravedersi, ma come è possibile? Non avevo pensato che ritrovarmelo davanti mi avrebbe reso di nuovo insicura e piagnucolante. Vacillo. Mi esce fuori una battuta che puzza di essere pure mezza razzista – cazzo Maria, torna in te! Insultalo a dovere! Offendilo, che se lo ricorda per tutta la vita!, ma incespico, arrivo a smozzicare le parole, così, in mezzo a via Caracciolo, mentre il vento mi solleva i capelli e penso stupidamente alla Balti e a tutti quelli che per lavoro le fanno aria per smuoverle le parrucche senza fargliele cadere e io, invece, devo affidarmi al caso, alla natura, a questa disgraziata che mi ha fatto di 1 metro e 62 centimetri di altezza e per quanto alzi il naso con fare da snob sono un tappo e mezzo con i nidi di uccello tra i capelli e col vento contrario, come se non bastasse. Questo pensiero mi fa venire voglia di strillare tutta l’ingiustizia del mondo. Divento improvvisamente tutte le persone con un buco dentro, che vanno in giro e incontrano gente ma se ci fai caso puoi guardarle attraverso. Sono un fottuto totem di sacrilegi consumati e ancora da consumarsi, mi sento come un maledetto punto nevralgico di orrore e disperazione. A questo punto sto balbettando. Porca miseria. Lui da povero sfigato che era, mi guarda come se la sfigata fossi io. Così come sono, così come mi sento in questo momento. La rabbia che avevo accumulato in tutti quei giorni diventa un impreciso sibilo di dignità. La bestia, un micino lasciato sotto la pioggia a prender freddo. Mi fanno male i piedi nei tacchi costosissimi. Il completo mi prude e mi trattengo dal grattarmi. Mi finisce anche la sigaretta, ultimo baluardo di appiglio alla realtà che mi sta abbandonando, e sono costretta a buttarla. Adesso avrei solo bisogno di un’onda anomala che spazzi via il mio corpo inerme in mezzo al traffico del Lungomare. Penso timidamente che voglio solo piangere. E appena lo penso, sento gli occhi farsi bagnati, è la fine, sto per mettermi a piangere di fronte a quello che avrei dovuto ridurre in lacrime. La vita sa essere, come al solito, una gran bastarda. E allora mentre continua a parlarmi, non trovo niente di meglio da fare che lasciarlo così, sta cercando anche di dire qualcosa che sembra intelligente, ma che scherzi sono? Me ne vado, lui si interrompe e mi chiama per nome: Maria!, con fare stizzito. Io riprendo a camminare, attraverso la strada, giusto il tempo che il buco si riapra completamente e alla fine ci entro, non ho scelta, non mi resta da fare altro per piangere non vista, quel buio diventa confortevole come una limousine che arriva nel cuore della notte quando hai perso da qualche parte anche le scarpe e ti porta a casa, con i finestrini oscurati e un senso di malinconica, quanto glamour, pietà per te stesso.

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