L’aloe ipocrita

Un tizio al mio compleanno mi ha regalato una pianta di aloe vera. “Che bello”, gli ho detto quando l’ho vista, Gesù, ma che regalo è?, ho pensato quando l’ho appoggiata al davanzale. Sono una grande amante delle piante, ma vale lo stesso discorso dei cani: belli quelli degli altri, per me ciccia. Poi, guardandola meglio, ne ho colto appieno il senso: una pianta è un essere vivente, che cresce e va coltivato, come una relazione. Come quella che avevamo io e lui.

A questa considerazione, mi sono entusiasmata come una bambina al suo primo ingresso al parco giochi, mi pareva di volare. Promette bene, cercavo di pensare lucidamente mentre – pensate un po’- la innaffiavo con cura, e subito dopo mi mordevo le labbra dall’incertezza. Non affrettare i tempi, Maria, nulla è detto, non è certo un giornale qualsiasi che letto oggi è buono solo ad incartare le bottiglie di domani. Andiamo, a cosa serve essere così pessimisti! È chiaro! Altro non è che il comportamento di chi vuole restare, di chi ha capito di che stoffa sei fatta, bella mia. Roba de lusso, de classe, non come quelle tizie con i capelli lisci lisci dritti in testa e i vestiti tutti colorati che si aggirano per il centro storico. Che diamine, abbi fiducia, una volta tanto!

Poi, come se non l’avessi manco detto, il dono di questa piantucola insulsa si è rivelato un gesto ipocrita come lui, perché una settimana dopo il giardiniere provetto mi ha mollato con una scusa improbabile, non sei tu sono io, guarda è un momentaccio. Come quello che dico quando chiamo il dentista, ti giuro, volevo venire stavolta, eh, ma proprio non riesco. Facciamo settimana prossima?

E così è sparito senza lasciar traccia, come un evasore che si cala dalle sbarre con il solo aiuto di un lenzuolo attorcigliato mentre la pianta è rimasta lì, a fissarmi con ostinata perplessità con i suoi arbusti impettiti mentre stropicciavo i cuscini sul divano quando mi sedevo di fronte a lei per guardarla e piangere sentendomi più motivata. Ma si sa, chi scappa torna sempre sul luogo dell’efferato delitto consumato, e come quel fuggitivo che passa davanti al carcere con il cappello ben piantato sul capo per non farsi riconoscere progettando chissà quali altre gesta eroiche, lui è tornato a scrivermi. “Come sta l’aloe? È l’unica cosa di cui mi importa.”

E così, da simbolo romantico di una eventuale volontà di piantar radici nella mia vita, è diventato l’emblema del sé più sconfinato, dell’orizzonte più vasto che il suo ego sia riuscito a raggiungere, della sua accertata insistenza nel ficcarsi nella vita altrui senza dar nulla, senza essere nulla, senza esserci proprio. Quel piccolo fusto che resiste al gelo e alla neve che è precipitata in quest’ultimo mese sul mio terrazzo, devastando le mie bellissime piante di agrumi ma lasciando intonse quelle foglie permalosamente accartocciate, è diventato tutto il fulcro del mio gigantesco odio verso di lui e il genere umano cui appartiene e stavo quasi per gettarla dabbasso, verso il Perditempo, dove, se avessi avuto fortuna, una volta nella vita!, avrei potuto anche centrare lo zappatore molesto sulla testa e chiudere il cerchio magico di questo incantesimo meraviglioso che è stata la nostra relazione.

Ma l’ho lasciata lì, chissà che dall’aridità che mi ha lasciato in eredità non esca fuori un essere rigoglioso e vittorioso sul maltempo e le bufere più ardite, così come ho resistito io ai suoi incostanti refoli di sentimentalismo, che hanno cercato di smuovermi senza riuscirci. O, alla peggio, dovesse andar tutto storto, una maschera idratante gratis per la prossima serata a casa con le ragazze a base di vino bianco ghiacciato e cattiveria gratuita verso gli ex.

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