Il gioco dell’oca

L’amore è una cosa bella finché c’è. Come la salute, i soldi, le ferie appena iniziate e i capelli prima che cadano. Tutto bellissimo. Il primo bacio, al buio di un locale mal frequentato, sul balcone di una casa in cui si festeggia non ti ricordi più chi e non sai più cosa, resta indimenticabile, se non hai bevuto troppo per trovare il coraggio di chiedere: che bevi?, che può essere pronunciato solo al terzo bicchiere o al terzo sguardo, da parte di qualcuno che ti sorride con gli occhi ma restano lontano senza avvicinarsi.

Le prime settimane sono un mal di pancia di quelli che vanno e vengono: ti scrive, poi sparisce. Che faccio, scrivo io per prima? Poi ti manca il coraggio. Come un crampo si avvicenda la sua assenza alla tua presenza, e al conto finale resti come alla fine di un due tre stella, ti volti e trovi l’altro immobile, lo sguardo fisso altrove, ormai la musica l’hanno spenta ed è ora di tornare a casa, raccatta le tue cose e prendi il cappotto, c’è papà che aspetta in macchina, non c’è più tempo.

E come al giorno segue la sera, all’attrazione segue il rancore. Quella indifferenza macchiata di dolore, con una spruzzata di rimpianti, di dovevo, volevo, potevo che ti perseguitano ogni volta che accendi la tv per non sentire quel silenzio pieno di parole non dette e quelle dette ma mai ascoltate con attenzione, che insieme fanno il copione della tua storia mal riuscita.

Ultimamente, quello che mi chiedo più spesso è se ho interpretato correttamente quello che mi si è presentato davanti, ripulito dalle onnipresenti lenti delle mie ridicole aspettative. Tormento le mie amiche fidate di teorie arrabbattate alla bell’e meglio, e mi chiedo: sto cogliendo correttamente i segnali che mi vengono inviati? O mi sto facendo le solite pippe a quattro mani?

Quello che più mi angoscia è l’idea di ritrovarmi come quando ero piccola, e toccava a me il conto a nascondino: quando aprivo gli occhi, sentivo forte il disorientamento del silenzio e dell’assenza dei compagni di gioco, e ancor più forte la sensazione che se mi fossi fidata del mio istinto, allontanandomi dalla tana, loro me l’avrebbero buttata in culo sgusciando fuori come vermi dalla mattonella smossa dal pavimento della cucina. A volte restavo a distanza di sicurezza, ma me la facevano lo stesso, e anche oggi la lezione è la stessa: la prudenza talvolta non sempre è sinonimo di accortezza. E allora giù a buttare linee e parallelepipedi con gessetti colorati, fin qui ci sto io, oltre ci sei tu. Sarebbe bello poterli usare anche quando si è grandi, delimitando gli spazi che si possono attraversare e quelli che vanno rispettati. Soprattutto per chi, come noi, vive in quel minestrone del centro storico di una piccola grande metropoli, dove ad ognuno può capitare di imbattersi nella stessa serata in più di una vecchia conoscenza sul marciapiede dello stesso bar. E come nel gioco delle sedie, una volta che la musica si spegne, e resti in piedi, capisci che si è fatta ora di tornare a casa senza nemmeno un premio di consolazione.

Ma se i rapporti sono come dei giochi, non sempre le regole sono quelle scritte nelle scatole delle confezioni. C’è chi vuole vincere facile ed imbroglia ad ogni carta pescata, oggi un sorriso ed un messaggio, domani ti tolgo il saluto e se ti avvicini vado giù di sputi.

E allora non è il caso che almeno io segua le regole scritte in piccolo, quelle che nessuno vuole mai imparare e ad ogni domenica tra amici tocca rispiegare, quelle del buon senso e dell’amor proprio, una linea guida che sappia tirarmi fuori dall’ennesimo tritacarne emotivo.

Se tu scappi, non mi vuoi, hai paura o solo fretta, io sventolo la bandiera bianca, mi arrendo, esco dal gioco. Quello in cui sono rimasta per troppo tempo a fare l’oca, che saltellando con i suoi piedi palmati nello stagno, non sente il cacciatore arrivare e ignora così il suo destino, quello di diventare un soffice, caldo, leggero cuscino di piume.

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