Il cimitero dei flaconi bio

Sapere che qualcuno che amo si trasferisce, lontano da Napoli, è una ferita che non si rimargina. Un tradimento in piena regola, che quando si tratta di un amico è ancor più subdolo perché non si può reagire liberamente come fa ognuno di noi quando questo accade in una relazione, componendo tutti i numeri di telefono conosciuti per infangare quello che ci ha mollato; aprendo sessioni di discussione con amici ad ogni aperitivo ed incontro anche casuale sull’infame, se sia peggio di quello che ci dava buca per fumare gli spinelli con gli amici a Santa Chiara o di quell’altro che ci diceva che eravamo delle “profumiere” perché osavamo salutare persone di sesso opposto per la strada, persino il salumiere di cinquant’anni con la panza che ha la bottega dietro casa nostra.

Pochi giorni fa quello che non solo è il mio migliore amico, ma anche il mio amico migliore, tra uno spritz e una pizzetta mi ha detto che sta per partire, va via definitivamente da Napoli. Io ero esterrefatta, ma come?, volevo piangere e strillare che non poteva farmi anche questo, non bastava avermi appeso lo scorso venerdì perché pioveva, e io volevo uscire ugualmente ma sono rimasta a casa da sola, sul divano con la sigaretta accesa, tramando nel buio infinita vendetta? No, evidentemente non era abbastanza. Ho borbottato ad occhi bassi quanto fosse fantastica, questa idea. Lui sogna una vita altrove, campi coltivati, praterie in cui passeggiare, verdure raccolte al sole di prima mattina, una vita bucolica. Che cosa potevo dirgli?, pensavo tormentando i noccioli delle olive sputacchiati nel piatto. Mi sentivo masticata peggio di loro. Resta a Napoli, tentai, è vero, gli affitti sono sempre più alti per colpa della gentrificazione, però una peroni costa un euro e cinquanta centesimi. A conti fatti, capii che mi restava solo una carta da giocare. “E il mare? Come si vive senza il mare?”, dissi. Anche lì c’è il mare, mi ha risposto sorridendo, anzi, verrai a trovarmi? Mi resi conto che avevo perso. E ho dovuto anche mostrare di essere felice, capite?, che beffa, ingoiare una smorfia, storpiare un sorriso e augurargli buona fortuna.

Almeno pioveva, quando sono andata via, così non ero triste da sola. Sono tornata a casa in motorino, fradicia. Mi sono buttata sotto una doccia bollente e mentre mi insaponavo i capelli, con gli occhi chiusi e tutte e due le mani immerse nella schiuma, ho calpestato un flacone di shampoo tagliandomi il tallone con il bordo di plastica. Ho cacciato uno strillo per la sorpresa. Bestemmiando, mi sono ritratta prendendomi il piede tra le mani, saltellando, e per poco non scivolavo. Che brutta fine che ho evitato, sgusciare nuda e unta di sapone e sangue fuori di casa alla ricerca di un ospedale che non mi riservasse un TSO immediato. Ho guardato in basso e mi sono resa conto che le bottiglie e i flaconi ormai vuoti che conservo gelosamente tra quelli ancora pieni sono aumentati senza che me ne rendessi conto. Shampoo bio, creme per capelli comprate dal parrucchiere, scrub da farmacia in vasetti di vetro e saponi da discount mi imploravano ormai da mesi di dargli degna sepoltura, rigorosamente differenziata.

Una volta fuori, mi sono decisa a svuotare la doccia da quelle potenziali armi domestiche, ripensando alle minacce di mia madre di spedirmi in uno di quei reality per gente fuori di testa che dorme abbracciata ai cartoni di pizza accumulati sul pavimento. Mentre mi appiccicavo un cerotto sul tallone, guardavo la doccia ormai ripulita dal cimitero dei vuoti, sconfortata. La verità è che io non butto via niente, scontrini, quaderni con le pagine tutte già riempite, campioni di profumi puzzolenti, vestiti che non mi entrano più nemmeno se li scucio completamente e me li riconfeziono addosso, e nemmeno i rapporti che non funzionano. Perché quelli che funzionano, o per meglio dire, funzionerebbero, vanno via da soli, lontano da me, verso praterie e mari inesplorati, senza nemmeno quel saluto davanti a un bicchiere che il mio amico migliore mi aveva riservato, pagando ovviamente lui il conto perché sapeva che niente mi ripagherà della sua assenza ma cinque euro in tasca restano un giusto premio di consolazione, e non rimangono che quelli vuoti e ormai finiti, che ristagnano nella rubrica del mio telefono e io non faccio che ripescare, o sono loro a non smettere di riproporsi ed accumularsi, uno in fila all’altro, come i flaconi nella mia doccia, pronti a mostrare il lato più affilato in attesa dei miei piedi ignari ed incolpevoli.

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