What happens in Zara stays in Zara

Una volta ho incontrato un tizio, ed è andato tutto alla malora. Vorrei potervi dire che si trattava del solito rifiuto umano raccattato come una pezza ad una svendita in cui, a poco prezzo, credi di aver fatto un grande affare e ti ritrovi l’armadio infestato dalle pulci. Eppure in quel periodo giravo anche io con un cartello che gridava alle grandi occasioni, ma c’era davvero tanto da spendere e ben poco da guadagnare.

Mi sono accanita, ho cercato di cambiarlo, di spingerlo a migliorare, a lasciare il reparto dei saldi per raggiungere almeno il piano basic di Zara. Poi mi sono arresa, ho imparato a lasciar andare, a concentrarmi su di me, sui miei problemi e i cambiamenti, necessari, che mi aspettavano. Ho inforcato le scale mobili, sono passata dalla cassa e l’ho guardato mentre rimaneva lì, su una gruccia, in attesa che qualcuno passasse da quelle parti e si infatuasse della sua stoffa in apparenza morbida e profumata, cercando di non mettermi ad urlare ai presenti di lasciarlo perdere, che erano ancora in tempo, che dopo un paio di lavaggi avrebbe infeltrito anche le migliori intenzioni. Ho inghiottito ogni senso di colpa per quel fallimento, e sono andata via, mi sono data una botta di ferro alle pieghe più accigliate e, borbottando, ho ripreso colore.

Ci siamo ritrovati dopo anni in un mercatino dell’usato, stanchi entrambi delle centrifughe e delle stropicciature da sedia, dove ci hanno lasciato a giacere e a spezzarci le ossa ad ogni cambio d’abito. Lui era appeso a mo’ di foulard alla borsa di una ragazza con un completo verde rana, non proprio piacente, ma che mostrava di sapere il fatto suo. Io mi annoiavo su una bancarella, in attesa che passasse qualcuno di interessante verso il quale far svolazzare la mia fantasia a rombi, classica e mai demodè. Ero molto cambiata da quando mi aveva vista l’ultima volta, di una taglia oversize e colorata come si portava qualche anno fa, prima di essere ricucita e rimessa a nuovo da una sartina compiacente che aveva creduto in me e mi aveva restituita alla vita con un aspetto più rugoso ma anche più gradevole. Si è slacciato dalla borsa della rana e si è arrampicato alla griglia su cui ero stata appoggiata, ci siamo scambiati i numeri di telefono ma erano sempre quelli, li avevamo già. Prima che la tipa si mettesse a gracidare “al ladro”, mi ha fatto un occhiolino con un lembo penzolante ed è sgusciato via. Dopo fiumi di messaggi, gli ho chiesto di incontrarci, ma lui aveva paura di lasciare quel cuoio cui era stato ben abbinato, e tentennava. Si ricordava, evidentemente, di come fosse difficile avere a che fare con me, ma al momento non riuscii a capire quanto fosse in realtà una fortuna, mi dannavo soltanto di non riuscire a trovare anche io chi mi rendesse un completo, ma d’alta moda. Fattosi inverno, pensavo già di tornare dalla sartina per diventare un cappotto, quando lui ha bussato alla mia porta. Erano le quattro del mattino, era visibilmente ubriaco, aveva fili che gli pendevano scomposti ai lati e quell’aria sfilacciata che mi aveva sempre affascinato di lui. Così l’ho invitato ad entrare e ci siamo arrotolati nel comó tutta la notte. Era cambiato, finalmente, aveva capito che voleva me e che voleva essere diverso, basta inganni, niente più forzature e bugie. Era arrivato anche per lui il momento di crescere, di diventare altro da qual miscuglio di trame ed orditi di cui era composto.

Il giorno dopo mi risveglio tra i calzini, lui era già andato via. Aveva lasciato cucito su un tovagliolo che sarebbe tornato quella sera, non si è più fatto vivo. Nei giorni successivi ho pianto batuffoli di rabbia e vomitato gomitoli di bile. Ero tornata, d’un tratto, alle grandi occasioni, ma quelle perse, perse per sempre, che non dimentichi più e che devi ricordare per tutta la vita, perché non ci si può dar via così, a buon mercato, nemmeno per un grande amore e che poi non è mica un grande affare quello per cui prendi due e paghi uno, perché quell’uno, che sborsa e sbuffa, sei sempre te e solo te.

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