Il club dello spazzolino da denti

Una volta a casa sua, mi aveva prestato uno spazzolino da denti. Sembrava usato, e anche malridotto. Alla vista della mia faccia perplessa, mi spiegò: era quello che usavo io prima, se non ti fa schifo usalo pure. Lo fissavo mentre, nel piccolo bagno al piano di sopra, quello adiacente alla cucina, insaponava i suoi denti piccoli e diritti con la faccia tirata in una di quelle smorfie che si fanno quando qualcuno racconta un episodio parecchio splatter. Mia madre adora raccontarmi vicende che io chiamo “ai confini della realtà”, per la particolare truculenza che ci mette nei dettagli, che mi fa socchiudere gli occhi e arricciare le guance all’insù. Ecco, mentre strofinava i denti bianchicci di dentifricio, lui faceva la stessa faccia contrita e io lo guardavo tra il divertito e il preoccupato. Presi quello spazzolino dalle sue mani, che mi porgeva come a sfidarmi sui miei pregiudizi piccolo borghesi sull’igiene della società contemporanea. Decisi che non gliela avrei data vinta, e avrei mostrato di fidarmi. Ci piazzai uno sbuffo di dentrificio su, con la solennità di chi deve dimostrare qualcosa. Come se avessi impugnato uno skateboard sulla cima di un dirupo davanti a tutti i ragazzi ripetenti della mia scuola, oppure un bisturi di fronte ad un uomo colpito da un proiettile che avesse come unica speranza di sopravvivenza le mie mani, che peraltro sono ferme come un cane sui pattini in un video strappalike, ho avvicinato quell’oggetto spelacchiato che sì, mi faceva schifo non poco, alla bocca e ho chiuso gli occhi, arricciando le guance all’insù. Quando li ho riaperti, lui mi fissava con lo sguardo accigliato con cui mi guardava di solito quando dicevo una delle mie tante stupidaggini. Come al mio solito quando qualcuno mi spinge a dimostrargli qualcosa, ho eseguito davanti a lui il compito assegnatomi con fare brillante e dinsivolto. Ho sputato grumi di dentrificio pastoso nel lavandino e non ci ho pensato più.

Alcune sere dopo, mi raggiunge a casa un’amica per cena. M. veniva spesso da me in quel periodo, parlavamo un sacco di tutto e si faceva tardi, assieme, per cui capitava che dormisse da me. Mentre è al bagno mi racconta di un ragazzo, l’ultimo dei tanti imbecilli, che l’aveva invitata a casa sua e lei era rimasta a dormire con lui. Prende a raccontarmi di come era casa sua, mentre io, nella camera accanto, la ascoltavo parlare mentre piegavo i vestiti che erano accumulati sulla sedia, per far spazio alle sue cose.

“E poi mi dà questo spazzolino da denti, no? Dovevi vederlo, era consumato come un vecchio copertone in una discarica a cielo aperto, non puoi capire che schifo. Chissà a quante ragazze lo fa usare, quella specie di latrina pubblica. Sicuramente a tutte quelle che si porta a casa per scoparsele dopo le serate in cui lavora al pub, ci scommetto quello che vuoi, quel lurido!”

Ho alzato piano lo sguardo dalla gonna di velluto che stavo ripiegando con cura e credo di aver anche spalancato la bocca, non lo ricordo con esattezza. Come in una specie di sonno della ragione o, peggio, nel pieno risveglio di essa, ho fissato la porta del bagno da cui usciva, filtrata, la voce di M. che continuava a sparlare del sozzone che aveva conosciuto. È stata proprio la vista di quello spazzolino a dargli questo simpatico nomignolo, sozzone, e chiaramente ancor più sozzone erano le deficienti che lui portava a casa sua e che magari lo usavano pure, quello spazzolino merdoso!, continuava ad inveire M.

Come per un mancamento, mi sono seduta sulla sedia stracolma di vestiti, incurante di spiegazzarli con il mio culo tremolante. Il pensiero che fossi anche io una sozzona mi fece sbottare a ridere istericamente.

Chiaramente il sozzone della mia amica e quello che aveva osato utilizzare la stessa pratica senza preoccuparsi di farmi condividere ogni batterio e residuo di cibo con tutte quelle che aveva portato a casa sua prima di me, senza alcun contraccettivo che difendesse il mio alito e l’integrità delle mie tonsille, non erano la stessa persona. Ma se questa faccenda era condivisa da almeno due persone di mia conoscenza, lo spazzolino orgiastico, il polispazzolino, lo spazzolino aperto o comunque lo si voglia chiamare, era pratica di chissà quanti altri ancora. Magari anche di persone che conosciamo. Che so, vicini di casa, colleghi di lavoro, conoscenti di un bar. Un club segreto, una specie di fottuta confraternita che utilizza quello bastoncino ciuffoso come simbolo di libertà sessuale, e magari nell’offrirlo alla propria conquista vuole addirittura significare una proposta di un rapporto libero, di un threesome, che ne so. Accidenti, magari accettando quello schifo, l’ultima volta, avevo dato, senza saperlo, il mio consenso per una notte a tre con chissà chi, e la prossima volta che fossi andata da lui avrei trovato ad aspettarmi suo cugino, quello coi brufoli, ficcato sotto le lenzuola senza vestiti addosso, o la sua coinquilina con i denti storti e l’alito pesante, Giorgia.

Alito pesante, pensai. Oh mio Dio.

Da allora ogni volta che entro nella casa di qualcuno che mi piace e che mi invita a salirci al termine di una serata insieme, con una scusa vado diritta al bagno, controllo il numero di spazzolini corrispondenti a quello dei coinquilini, senza dimenticare di aprire gli armadietti per cercarlo bene, quel simbolo di dissoluzione, quella proposta oscena travestita da sana abitudine, quell’invito aberrante ad abbandonare la moralità dei miei costumi. Se non trovo niente, torno a sedermi sul divano e finisco il mio bicchiere. Se trovo un qualsiasi spelacchio in un cassetto o nell’anta dello specchio, fingo un contrattempo, saluto in fretta e prendo un taxi, di corsa, per tornare a casa, prima che la faccenda si faccia troppo affollata.

2 pensieri su “Il club dello spazzolino da denti

  1. silvana ha detto:

    Una volta ho letto che non so quanti germi e batteri si annidano sullo spazzolino personale di ciascuno di noi e per tal motivo la necessità di sostituirlo con uno nuovo, con regolarità ,almeno ogni 3/6 mesi. A te le conclusioni ahahahaha

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