La sindrome del compagno fantasma

Se l’analisi dei rapporti non è paragonabile ad una scienza perché ognuno segue una regola tutta sua, è anche vero che quando qualcosa non funziona ti senti preda della peggiore delle influenze intestinali, e non ti resta che chiamare il tuo dottore, emotivo s’intende, l’amica a cui mandi gli screenshot di ogni messaggio inviato e ricevuto o il barista componente che ti vede parecchio giù e ti offre il primo giro. La mia dottoressa ha i riccioli biondi e lo sguardo di ghiaccio, sa cazziarmi come nemmeno mio padre quando a quindici anni tornavo alle cinque del mattino e lui mi portava al balcone di casa, e mi diceva: guarda, Maria, non c’è nessuno per strada a quest’ora. Mi dici dove cazzo sei stata? Adesso, si capisce, questo giochetto non gli riuscirebbe più, perché alle cinque di mattina giù a Bellini pare mezzogiorno nella piazza del quartiere dove si tiene il mercatino rionale nei giorni di festa. Ma all’epoca nemmeno un tossico che sbucasse dalle mura greche a dargli torto, cazzo. E oggi come ieri, con la mia amica sono sempre più mortificata quando mi fa notare che all’ennesimo inizio di storia che non porterà mai a niente, o l’ennesimo inizio di niente che non porterà mai e poi mai ad una storia, sono rimasta da sola come su quel balcone ed è arrivata l’ora di mollare tutto ed aspettare l’arrivo del nuovo giorno.

Ma qualche volta, sono in grado anche io di curare le ferite emotive delle mie amiche e la prognosi che più spesso mi ritrovo a regalare davanti a un bicchiere di vino o via skype con collegamenti oltreoceano è senza dubbio la sindrome del compagno fantasma. Una volta in tv vidi uno speciale sulla reazione della gente a fatti traumatici, come le amputazioni. Mi colpì più di tutte la sindrome dell’arto fantasma, quella per cui se ti tagliano via un piede senti ancora prurito al calcagno o se ti staccano una mano, magari ti fanno male le dita o senti ancora di poterle muovere. Non ci si arrende, insomma, all’idea di aver perso quei pezzi di corpo così importanti, e ci si ostina con inspiegabile cocciutaggine ad utilizzare quei prolungamenti di sè che ormai sono belli che andati.

“Ed è la stessa cosa che fa il tuo ex con te, non c’è storia. Quando stavate insieme non gli andava bene nulla di te, di voi due insieme, e adesso che stai con qualcun altro, vuole un figlio. Un figlio, rendiamoci conto!”, mi metto a ridere seduta al tavolino di Berisio mentre aspetto il mio bicchiere.

“Scusami, ci vuole ancora molto?”, chiedo al ragazzo che gira tra i tavoli per ritirare i bicchieri vuoti. Senza alcool la mia parcella sale di parecchio, non è il caso di farmi aspettare.

Il punto è che una volta finita, e soprattutto se in malo modo, la storia, con uno strappo repentino dopo una lunga agonia di incomprensioni, capita che uno dei due non sappia proprio arrendersi al fallimento, all’idea di aver perso qualcosa o qualcuno che, in definitiva, aveva sempre dato per scontato nella sua vita, così come ognuno di noi dà per assodato il proprio piede o il gomito. Non è in grado, diciamocelo, di capire bene gli errori, se di errori si può parlare, compiuti nella relazione e che, quindi, lo sappiamo benissimo, continuerà a ripetere all’infinito come in un girone infernale, come Prometeo cui un’aquila staccava gli intestini che gli ricrescevano durante la notte affinché il giorno successivo potesse patire nuovamente i tormenti della lacerazione delle carni. E così noi continuiamo a rispondere a quei messaggi di amore inutilmente inconsolabile, a tenere testa ad insulse scenate di gelosia fuori tempo massimo, ci facciamo crescere nuovamente dentro quei sentimenti per farceli strappare di nuovo, nonostante i dolori della fine della storia già patiti a sufficienza. Chissà cosa pensiamo davvero di dover scontare, quale malefatta di una vita passata riteniamo di aver compiuto per rimanere incastrati in enormi ruote panoramiche da cui ci affacciamo sulla nostra stessa mestizia.

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