Oscillano i resti del giorno

Mi fermo un istante, per la strada, mentre mi sei vicino. Ti stringo, forse ti sto parlando del nulla perché le cose che vorrei dirti non posso nemmeno permettermi di pensarle, a volte, chissà. Mi guardi e scoppi a ridere, rido anch’io e penso che non c’è nient’altro che vorrei fare al mondo, se non ridere scioccamente di cose serie, e parlare seriamente di cose sciocche. I passanti ci guardano, se ne sono accorti forse loro di quello che dico senza muovere le labbra, ma solo le ciglia, che vogliono nascondere lo sguardo senza riuscirci. Ci passa accanto un motorino, veloce. Sento urlare: stuprala!

Ingoio gli ultimi pensieri belli della serata, il film che abbiamo visto al cinema non mi ha assai convinto ma la birra era fredda proprio come l’avevi chiesta, sai? Tu al buio eri l’unica cosa che volevo vedere, però, seduto accanto a me in una sala piena di gente, e pure carino, illuminato com’eri dal riverbero delle luci dello schermo.

Torniamo a casa, cerco di ridere, mica mi riesce. Allora ciao, è stata proprio una bella serata, ti scrivo eh, poi ci becchiamo in giro. È il gioco di chi non sa dire: sali da me?, e l’altro neppure, così ci si aspetta che siano le gambe a fare il passo successivo, verso il portone del palazzo. Salgo con te le scale a due a due e mentre ascolto il rumore dei miei passi pesanti sento solo: stuprala! Stuprala! Stuprala! Stuprala! Arrivo alla porta di casa col fiatone, cerco di correre più veloce ma non riesco a lasciarmela alle spalle, la bastarda. Quella voce si infila nella serratura della porta, scivola verso il pavimento e mi precede nel corridoio, attraverso la cucina, striscia nella vasca da bagno, arriva nella stanza da letto.

Quella voce è ancora lì, è rimasta per tutto il tempo adagiata sulla sedia tra i nostri vestiti spiegazzati. Faccio per non guardarla, ma lei mi fissa e non riesco proprio a far finta di niente.Ti avevo parlato di un anno fa, di quella volta in cui un mediocre mi ha teso una trappola vigliacca nel suo studio, dove eravamo soli, lui ed io, completamente paralizzata sul suo divanetto da catalogo da ufficio, schienale dritto, grigio scuro, cuciture in rilievo, mani lunghe. Le sue. Mi ricordo di questo gigantesco quadro appeso al muro, raffigurante una enorme donna con i seni scoperti, i capezzoli grandi quanto un mio pugno. Adesso il mediocre è accanto alla voce, nella mia stanza da letto, ma è anche sul divanetto grigio topo modello violenza sessuale a portar via, vieni per un consulto legale e vai via con un trauma. Un’offertona, disponibile a richiesta solo per una cazzona come me. Allo stesso tempo, però, non so come, è anche per la strada che abbiamo percorso fino a casa, seduto su un motorino che sfreccia veloce e bisbiglia: stuprala. Ha i denti in fila, uno accanto all’altro, dritti e un po’ curvi. Non ha bisogno di urlare, sa che lo sento benissimo. Io lo guardo, lui mi strizza l’occhio. Sono sempre qui, Maria. Non me ne vado mica, bella. Vuoi un aperitivo? Lo chiamo giù al bar. Sta arrivando la mia ragazza, ma non andare via, sei fidanzata? Fatti più vicina, dai. Guarda quanto è grande questo divano, ti piace?

Ti guardo mentre sei di nuovo al buio, accanto a me, con la luce che filtra dalla porta del bagno. Tu te ne accorgi, mi chiedi cos’ho. Ti dico qualcosa, non so più cosa, e mi fai: mi dispiace. Non dici: che stupidaggine, non è nulla, quanti problemi che ti fai, che cazzo. No. Dici solo: mi dispiace, e allora io sorrido, perché mi sembra che tu sia dispiaciuto per tutte le cose brutte del mondo, quelle che mi sono già successe, che nemmeno conosci, e quelle che ancora devono arrivare. Perché arriveranno, mi dice sorridendo il mediocre dall’altro lato della stanza. La sua voce è quella che non è andata via dalla stanza per tutta la serata, mentre fuori ancora oscillano i resti del giorno.

Mi volto, spingo la faccia contro il tuo petto. Chiudo gli occhi e non sento più niente.

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