C’era una stolta

Ognuno di noi ha vissuto storie importanti, di quelle che hanno insegnato tanto e che ti dice culo se arrivi nella vita altrui dopo una storia così piuttosto che essere proprio tu, quella storia. Ti dice bene, insomma, se la persona che incontri è già stata vaccinata, sverminata ed è pronta a varcare la soglia di casa tua come un batuffolo di cucciolo che sa già che la cacca va fatta nella lettiera e non sul pavimento. Perché la rieducazione sentimentale sono gioie e dolori. Si cresce, non senza sacrifici, ci si confronta, si abbandonano pezzi di sè come lo sportello dell’automobile divelto in un incidente in tangenziale, dopo il quale riparti allacciandoti la cintura ma senza poter appoggiare il braccio al finestrino perché alla tua sinistra non c’è più nulla. Solo un buco. Ma questa è un’altra storia.

Io ho avuto una relazione rieducativa, che mi ha messo in piedi, in fila contro un muro, mi ha imposto ordine e disciplina, basta frignare. Prima di incontrare la persona cui devo tutto, le mie sicurezze più traballanti come le mie insicurezze più tenaci, ero proprio una stolta, sul serio. In sintesi, la vita era per me come una versione psicopatica di un blockbuster americano incentrato sul match cruciale di studenti cazzoni giocatori di baseball che si giocano il tutto e per tutto per vincere una borsa di studio per il più prestigioso college americano e c’è sempre il nero che deve andare a lavorare per mantenere la mamma single spiantata e il coach che gli paga le bollette pur di farlo giocare perché è nero, e quindi è il più forte di tutti. Una storia in cui l’insegnante di educazione fisica che era un ragazzo di belle speranze ed è finito ad insegnare sport in un liceo di provincia spinge i ragazzi a dare il meglio di se chiamandoli “i miei campioni” e che urla che ce la possono fare a vincere, perché lui crede in loro.

Insomma. Il succo è che, prima di quell’incontro che mi ha cambiato la vita, ogni parola che mi mettesse in discussione era per me una coltellata in pieno petto, allora non sei dalla mia parte? O dentro o fuori, se non sei con me sei contro di me. Mi viene da ridere se ci ripenso, ma a bocca chiusa, così nessuno se ne accorge e io posso evitare di mortificarmi. Chiaramente è stata importante, importantissima. Una storia meravigliosa. In altre parole, un inferno. Ma dopo un lungo periodo paragonabile ad un vero e proprio orfanotrofio dickensiano, in cui ti sforzi di mangiare i fagiolini molli al refettorio dopo le punizioni corporali subìte per aver lasciato il piatto pieno e dormi con la luce accesa la notte sentendo i passi pesanti, magari con tanto di rasserenante cigolio di catene in sottofondo, fuori al corridoio, ho imparato che la vita non si distingue in chi è dalla tua parte e chi è contro di te, ma se così fosse allora hai più bisogno di chi ti dice che sbagli che di chi ti dice: andrà tutto bene. Perché la verità, la mia, almeno, è che non basta una fiducia immotivata nel futuro se non metti in discussione il presente che non va bene. Ovviamente, ho dovuto sradicare delle parti di me che ancora mi pendono ai lati come ciuffi di capelli scomposti dopo lo strascino di una vaiassa fuori ad un locale perché “stai guaddann o uaglion mì?”, ho elaborato migliaia di idiosincrasie che nemmeno sotto il militare quando impari a rifare il letto che pare squadrato con un righello e ti lucidi gli anfibi che brillano come uno specchietto con cui fai i giochi di luce in una pigra giornata di sole, e poi finisci ad andare in giro con una pistola infilata nel retro dei jeans, ma ancora molto è rimasto da fare.

Non ho purtroppo imparato a contare prima di parlare, a masticarmi le parole in bocca prima di sputarle

fuori quando qualcosa non mi va bene. Non ho imparato la buona educazione, a stare seduta composta a tavola, a non rubare il cibo dal piatto del mio vicino di sedia, a stare troppo tempo da sola, a ridere meno sguaiatamente. E soprattutto, ad accettare le cose che mi fanno soffrire con l’elegante dimestichezza di chi si imbatte in un fastidioso contrattempo. Ma ho abbandonato la mia idea infantile di una relazione salvifica, che mi salvi dai miei guai immaginari, personali, irrilevanti, che sono per me serissimi, universali e assai gravi. Ho mollato la convinzione di avere sempre ragione solo perché so alzare di più la voce. Ho perso la voglia di far battaglia per qualsiasi cosa, anche se continuo a preparare il campo ogni mattina appena sveglia, quando apro gli occhi e le quattro mura che mi circondano sono quelle di casa mia. Ma in fondo chi si sente veramente a casa quando ha messo in discussione ogni regola imposta a sè e agli altri, su cose importanti o anche banalissime. Come la cottura di quegli odiosi, mollicci, schifosissimi fagiolini.

2 pensieri su “C’era una stolta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...