Un’anatra all’arancia

Una mia amica ha cominciato a frequentare un ragazzo conosciuto su Tinder. Ieri mi ha raccontato che, dopo diversi mesi, notava con suo stupore che, se da una parte le cose tra loro ingranavano alla grande, lui però non smetteva di switchare le ragazze sul catalogo della dating app cercando matches cui non dava alcun seguito. “Non rispondo ai loro messaggi, lo uso solo per dare un’occhiatina. In fondo, è come entrare in un bar”. Ma se entrare in un bar e dare una sbirciatina alla gente seduta al bancone è come usare Tinder, mettere cuoricini di corrispondenza alle ragazze che lì si propongono, a cosa corrisponde? Ad offrire da bere a qualcuno che ti piace, chiedergli il numero di telefono?, oppure flirtarci e basta per tutta la sera?, mi chiedevo stamattina mentre mi preparavo per andare al lavoro. D’altronde, non è raro mantenere intatto quello spazio da single anche se si è in coppia, è una cosa a cui difficilmente si vuole rinunciare. Ma dove finisce la ricerca del proprio spazio e comincia lo spazio della ricerca, se non della caccia vera e propria?

Ho ripensato a quella volta in cui la mia amica T., bella come poche, tanto che non le presento mai quelli con cui esco prima di essermi accertata che non sia già impegnata con qualcuno (lei eh, non loro con me) è uscita con un tizio, a suo dire, assai belloccio. Lui le ha offerto da bere, ha bevuto più di lei, e in pochi minuti stava flirtando con due tedesche capitate per caso fuori alla Fesseria. “Non prendertela sul personale” – le fa quando lei aggrottando le sopracciglia già componeva il numero di telefono per chiamare un taxi e tornare a casa, non prima di aver rispedito il belloccio esattamente lì da dove era venuto – “avrei cercato di portare a casa una di loro, se tu stasera non ci fossi stata.”, aggiunge con una ingenuità che solo il terzo gin lemon sa regalare con tanta incredibile voluttà. Quando me lo ha raccontato, non so se rideva più forte lei o io, al telefono, pensando a quanto sa essere disastrato il genere umano, laddove un uomo, fuori ad un bar, ha la stessa fagocitante avidità di un bambino che entra nella stanzetta di un suo compagno ed afferra ogni giocattolo a portata di mano sperando di portarlo a casa con se, non prima di aver frignato come aveva fatto l’imbecille seguendo la mia amica per tutta piazzetta Nilo. “È che la gente non sa quello vuole. Mentre ce l’ha non sa se lo vuole e quando non lo ha più non sa nemmeno se lo ha mai voluto e neppure perché non lo vuole più”, mi diceva T. poco prima di chiudere la conversazione.

Ma lei non era la sola. Anche D., bella quanto sveglia, di una intelligenza viva come tizzoni ardenti, che una volta in fiamme non risparmiano nessuno, e dico proprio nessuno, lamentava, ultimamente, che il suo ragazzo, quando si sedevano al tavolino di un bar per prendere da bere, non riusciva a smettere di fissare i fondoschiena delle ragazze che passavano loro accanto. “Non riesci? Cos’è? Un tic?” – le chiede lei, squadrandolo da capo a piedi con aria sarcastica. “Forse” dice lui, con tono colpevole. “Capisci?”, mi raccontava lei, “Anche questo? Non bastava che si scaccolasse in pubblico?”. E così, ho ripensato al tizio che frequentavo diversi anni fa, uno che dopo un mese già non ne poteva più di me. Come dargli torto, in genere una settimana è sufficiente a liberarmi di loro prima che debbano trovare una scusa che li giustifichi quanto basta a svignarsela alla grande. Una volta che lui era sparito e io ormai rimettevo insieme i pezzi lasciati sparpagliati da quella relazione derelitta, lui è tornato a farsi sentire: ci prendiamo un caffè? Ovviamente lui aveva già un’altra, ma vuoi mettere? Volo da lui, in mezz’ora ero vestita e truccata più gnocca che alla serata di Capodanno tutta lustrini e paillettes. “Vorrei che avessimo un rapporto, io e te, vorrei vederti, parlarti.” E il sesso? “Per ora no, quello no”, mi dice davanti a un caffè che era diventato un bicchiere di vino e poi un muretto su cui faticavo a rimanere appollaiata con la mia minigonna da battaglia.

E allora ho capito che per qualcuno la stagione di caccia non si chiude mai, ma potevo farlo io, stavolta. Non mi andava di fare la fine di un’anatra all’arancia, così sono scivolata dal muretto con un salto finto disinvolto riuscendo più che altro a fare la figura di una gallina che non sa nemmeno volare, ma andava bene così. Sono tornata a casa, pensando a quanto avevo guadagnato nell’aver perso. E che la ricerca di uno spazio ce l’ho anche io, non sono immune ad abbandonare il mio bigliettino da visita da single e sentirmi costretta in una relazione soffocante come un ascensore bloccato tra due piani, ma la mia è la voglia di un luogo di libertà che sa tanto di cose non dette, dove possa scorrazzare per i prati con le mie piume spettinate al vento, dove non c’è caccia e non ci son cacciatori, dove riesca a sentire il rumore che fanno le mie penne quando sono attraversate dalle correnti d’aria e con gli occhi aperti, ben spalancati, pieni dell’erba di mille sfumature di verde che mi circonda.

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