Una inelegante pirouette

E proprio quando ormai non ci pensavo più, o almeno così dicevo in giro, ingoiando ogni maledetta voglia di scrivergli, e magari vederlo, perché no?, vi pare tanto una brutta idea dopo che mi aveva cercato, ingannato e mollato nello spazio di pochi mesi?, e avevo seppellito tutte le mie flebili speranze sotto una spessa coltre di simulata sicurezza, era arrivato dal nulla quel maledetto messaggio whatsapp in cui mi faceva: non mi va che non mi saluti più. Vuoi ripensarci? Prendiamoci un caffè, quando vuoi.

Panico. Che dico. Terrore. Stavo quasi per chiamarlo, poi mi fermo e rileggo quelle parole due volte. Mica mi convince. Ah, quanto vorrei, eppure non riesce. Io aspettavo, che so, di sentirmi dire: mi manchi, voglio te (mica quell’altra con cui mi vedo adesso). Proprio te. E invece no. La storia è quella, scritta nero su bianco: non esisto più? Sei sicura, ma proprio sicura-sicura?

Accidenti. Manco riesce a fare meno il pezzo di merda quando ha bisogno lui di me, stavolta. Io in quel momento non ero sicura proprio di niente. Nemmeno di come mi chiamavo, anzi. Erano tre settimane che mi aggiravo tra lavoro e serate a spasso con la faccia di una che aveva passato un guaio nero, anche se tutti mi dicevano che il vero macello me lo ero lasciata alle spalle. E certo, come no. Ma hai capito quel cazzone finalmente si è tolto dalle palle?, era la frase più frequente cui annuivo in risposta senza troppa convinzione, tra una controllata e l’altra al cellulare, chissà se chiama. Chissà che fa. Chissà con chi è. Chissà che cazzo magari la smetto prima o poi.

Annuisco ancora, a tratti mi piglia una paralisi. Sarà, continuo a ripetermi. Eppure in casa ogni cosa mi ricordava di lui, quel film che avevamo visto insieme che mi era sembrata la parabola orrenda della nostra misera frequentazione: una coppia mal assortita in cui lui fa il cazzo che gli pare e lei piange ad ogni ciak. Dal momento in cui lo aveva messo su, ma che dico, lo avevo anche scelto io, lui si contorceva sul divano mentre io cercavo di stringerlo come un capitone sotto le feste.

Che pena volere qualcuno che invece ti si scrolla di dosso così, con una inelegante pirouette. Quante volte ho pensato che fosse stato quel film a spingerlo a mollarmi, io ho trascorso un’ora e mezza davanti alla tv ad immedesimarmi in quella tragedia di tradimenti e cattiverie con lo stesso spirito spensierato di Cassandra alla vista di un gigantesco cavallo di legno fuori alle mura della sua città, e ho pensato che anche lui avesse fatto quattro più quattro perchè in otto secondi era sgusciato via dalla porta. Vagavo sospirando per casa, quando lui era ormai un ricordo impreciso e avevo conservato anche le caccole smucciose che aveva spremuto in un fazzoletto che io avevo ripiegato in uno scrigno di vetro, che te ne fai di una reliquia, era diventato praticamente un oggetto sacro intorno al quale ruotava ogni mio pensiero e lo sguardo correva lì, a controllare se fosse ancora al suo posto. Non è passato così tanto tempo, allora, mi dicevo. Magari oggi mi scrive, forse no, forse domani.

E se stesse aspettando me?

Mi consumavo all’idea che lo avrei incontrato e che lui mi avrebbe cercata tra la folla. Proprio zero. Era chiuso in casa con la sua nuova tipa, evidentemente aveva di stronzate da dirle. Lei era quella che incontravamo sempre più spesso, di recente, quella di cui gli chiedevo sempre, si chiama come, scusa?, e giù a spizzarla su facebook quando le amiche più fidate venivano con una bottiglia di vino a casa e io in pigiama rifiutavo anche di lavarmi. E commentavamo i suoi capelli lisci e i tatuaggi brutti, poraccia, quante gliene abbiamo dette dietro. Amici in comune mi dicevano pure che lui la trattava di pezza. Figurati, mi dicevo a bocca chiusa. Ma dove la trova un’altra come te?, mi dicevano. Seee, ancora?, non la trova perché non la cerca, io qua sto, mica mi risparmio la verità, io. Poi arriva quel messaggio.

E ogni incertezza, remora e perplessità diventano un arcobaleno di grigi, un mal di pancia improvviso, una illuminazione che mi fa saltare per tutta casa con il cuore che si arrampica su per l’esofago. E avevo due alternative, lo so, non c’era via di scampo. In una ci uscivo alla grande. Nell’altra andava a finire peggio pure. In pratica, o cercavo di risollevarmi da quella pozzanghera di scarsa dignità in cui mi aveva gettato il ricorrerlo per tutte le ultime settimane, ovviamente cancellando il messaggio dopo averlo appositamente screenshottato ed inviato alle persone che avrebbero avuto poi il sacrosanto dovere di ricordarmi cosa cazzo avevo da dimostrare coi miei silenzi, chissà. Soprattutto in giro la sera ubriaca con il cellulare a portata di errore. Ma intanto era fatta, ero fuori, libera.

Oppure, potevo precipitarmi a mandar giù, amarissimo, quel caffè in cui le sue pretese non sarebbero state per niente quelle che speravo. Perché un messaggio così dice esattamente quello che voleva dire. Dammi spazio, ancora. Torna a guardarmi come prima, adorami, idolatrami, amami. Fammi sentire che non ce l’hai con me, che tutto sommato non sono uno che vale così poco come sembra. Come sono.

Ho mollato il telefono lì, sul divano, mi sono alzata e ho aperto il frigo, preso una bottiglia di vino e una scatola di cereali. Ho mangiato muesli bevendo Pinot, mentre fissavo il muro della stanza che, muto, mi rimproverava.

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