Amore siderale

Una volta qualcuno chiese ad alta voce cosa ne pensassimo dell’amore a distanza. Eravamo ad una cena a casa di uno che nemmeno vedo più, da allora, ma gli altri hanno resistito alle botte del tempo e lo ricorderanno sicuramente. La mia amica, quella trasferita al nord da anni, disse che non ci pensava proprio, escluso categoricamente. Poi ha avuto una storia con un ragazzo che viveva in Australia, durata solo pochi mesi ma tanto bastava perché non dicesse più nè mai, nè sempre, quando parlava dei fatti suoi. Un’altra disse che se era vero amore allora nessun problema, come se quella patente di autenticità lo rendesse più semplice, e non più difficile. Un altro lì presente, anche se ormai non lo si sentiva più e si era imbucato approfittando del nostro comune imbarazzo a riconoscere che tanto era cambiato, forse troppo, disse che la lontananza è come il vento, e l’amica, quella coerente, gli disse se scorreggi non ti sento. Io ridevo e bevevo il vino che mi era rimasto nel bicchiere, quando il tizio poetico mi chiese: e tu? Io dissi guarda, non lo so. Ma credo che forse è una relazione ad essere a distanza, non l’amore. L’amore è sentirsi vicini, per quanto si può. Ovviamente, si scatenò lo scherno generale, così, mimai un mezzo inchino e ripresi a versare vino a tutti, mentre si ritornava a parlare di non ricordo più quale tizio che frequentava la ragazza fissata col vero amore. Beh, con tanti veri amori, in realtà.

Non ho mai avuto relazioni a distanza, ma conosco bene la distanza nelle relazioni. E non solo in quelle d’amore, ma anche negli affetti che mi circondano, in un modo o in un altro, anche quelli più importanti. Non mi ci è voluto molto per capire che stare insieme a qualcuno può voler dire sentirsi lontani come se tra di noi ci fosse realmente il fuso orario dell’Australia, ma mi è servito più tempo per arrendermi al fatto che questo comporta non capirsi per niente, come se a separarmi dall’altro non ci fosse il tavolino di un bar, ma una videochiamata Skype con connessione sgangherata da call center di periferia. Accettare che nell’amore ci sia uno spazio siderale in cui si viaggia al buio in retromarcia, determinato non tanto dall’autonomia e dalla libertà, e nemmeno dalle differenze di carattere o di punti di vista, ma dall’essere pianeti lontanissimi, su cui nessun russo ha mai messo piede per piantarci la sua bandiera rossa, è stato duro ed è un processo che non è ancora finito. E così, quando inizio una relazione nuova, guardo la persona che mi siede accanto, mentre mangiamo e chiacchieriamo di nulla e di tutto e allora gli chiedo, ma senza parlare, se vuole riconoscermi, più che conoscermi. Perché conoscersi è facile, persino intrigante, quando si può fingere, anche solo per un poco, di essere di gran lunga meglio di quello che si è.

Ma riconoscersi, là sta il difficile. È un po’ come indossare quella tuta gonfia da astronauta, calpestare una terra brulla e inesplorata ma con un tubo lunghissimo che ti tiene legato alla tua astronave come nei disegni dei bambini più avventurosi, grigio e pieno di pieghe, con tutto il colore pastello che esce fuori dai bordi, forse si romperà o forse no, pensi atterrito ma anche incantato dall’orizzonte che ti circonda, ma l’importante è sapere che se resiste allora è fatta, perché se ti dovesse mancare l’aria c’è qualcuno lì dentro che se ne accorge, apre una manopola e ti ridà fiato, per continuare a camminare.

Illustrazioni di

irene.servillo

andy_moriello

salvatoreliberti_illustration

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