Il giorno della liberazione

“Ma Maria! Questo non si dice la prima volta che esci con qualcuno!”, mi dice G. mentre sorseggia la sua ginger beer al tavolino di Nea. “Mi sorprendi.”

“Ma come? Era una cosa bella!”, faccio io un po’ piccata. Sono sempre quella che non sa dire la cosa giusta e, anzi, straparla facendo figuracce. Ma questa volta ero disposta a combattere prima di ammettere di avere torto marcio. Anche se cominciavo già a sentire la puzza.

“Appunto”. F. mi sbuffa in faccia il suo sdegno assieme a una boccata di fumo. Strabuzzo gli occhi, sentendomi tradita.

“Cosa? Senti – le dico – tu non eri quella dell’animo del maledetto labrador? Della fedeltà agli altri? Per una volta che sono stata fedele a me, a quello che penso io, pure questo non va bene adesso!”

“Senti tu – che tu lo voglia o no – e puoi difendere la tua posizione quanto vuoi, non esiste un rapporto senza strategie”.

Tornando a casa, ripensando a quella conversazione, mi chiedevo se fosse davvero così. Se la relazione è un ingranaggio ben oliato con rotelle che muovono i loro dentini una intorno all’altra senza mordersi mai, allora l’incontro con l’altro non è che una serie di meccanismi che mettiamo in pratica senza nemmeno rendercene conto?

Ho sempre creduto che in un rapporto avessero diritto di esistere i bisogni propri e altrui e la condivisione di essi, niente tattiche o strategie. Ma quello che saltava fuori da quei discorsi era cosa ben diversa, che invece diritto di cittadinanza ce l’avessero la dissimulazione e l’apparenza, che, come il più feroce dei Minniti, propagandano la persecuzione di ogni manifestazione spontanea ed autentica di sè. E la strategia, attenzione, non è soltanto quella che banalmente prefissa un obiettivo e il suo raggiungimento, verso un futuro incerto di cui nessuno sa dire come andrà a finire, ma è anche una specie di verme ritorto su se stesso, una sgradevole larva che infesta le migliori intenzioni rivolta non tanto a ciò che accadrà nel futuro ma, verso il passato, a ciò che sarebbe dovuto accadere, o è già accaduto. Sono le aspettative, gli stereotipi, le esperienze passate, i rapporti archetipici che ci impongono di comportarci secondo quegli schemi immutabili, senza alcuna libertà di vivere il tempo presente, in cui rimaniamo incastrati come un germoglio che nasce il primo giorno di primavera e poi muore.

Scuotevo la testa al pensiero che le mie amiche avessero ragione, gli strateghi sono sempre stata gente che è meglio perderla che trovarla, e io rifuggo da loro come alla vista della più veloce delle blatte, che in questi periodi ritornano a trovarci alla ricerca dei nostri piedi nudi nei vecchi sandali tirati fuori dall’armadio. Eppure non sono forse quella che non invia un messaggio se non ha già ricevuto un cenno di considerazione – anche se so accontentarmi di segni del tutto casuali e autoriferiti, come vedere per la strada qualcuno che indossa un maglione anche solo vagamente rassomigliante a quello che ha indossato il cugino dell’amico di quello che mi piace in una vecchia foto su Facebook – e non prima?

Quando è stata l’ultima volta in cui non mi sono preoccupata delle conseguenze di una parola, di un sorriso, di un messaggio senza risposta? E non ho letto nell’altro una strategia in comportamenti malcelatamente ambigui? E quando mai ho ignorato che ogni mezzo a mia disposizione potesse risultare utile come una vera e propria arma per arrivare all’obiettivo prefissatomi?

E se è strategia quella che ho individuato in ognuno dei gesti altrui, come posso dirmi veramente libera dall’averla utilizzata a mia volta, anche solo con la scusa di tutelare, di volta il volta, la mia negletta e disperata posizione?

Allora avevano ragione loro: ogni rapporto è dunque strategia.

“Per fortuna che non è così”, mi hai detto, quasi sbuffando, interrompendo questo ostinato flusso di pensieri, e chissà se ce l’avevi davvero con me, concentrato com’eri a pensare ai fatti tuoi. Poi ti sei voltato verso di me, mi hai strizzato l’occhio e ti sei voltato di nuovo a guardare fisso davanti a te. E io non mi sono fatta più domande, che tanto poi a cosa servono, se non a formulare nuove ed inesplorate, quanto stramaledette, strategie.

Il cimitero dei flaconi bio

Sapere che qualcuno che amo si trasferisce, lontano da Napoli, è una ferita che non si rimargina. Un tradimento in piena regola, che quando si tratta di un amico è ancor più subdolo perché non si può reagire liberamente come fa ognuno di noi quando questo accade in una relazione, componendo tutti i numeri di telefono conosciuti per infangare quello che ci ha mollato; aprendo sessioni di discussione con amici ad ogni aperitivo ed incontro anche casuale sull’infame, se sia peggio di quello che ci dava buca per fumare gli spinelli con gli amici a Santa Chiara o di quell’altro che ci diceva che eravamo delle “profumiere” perché osavamo salutare persone di sesso opposto per la strada, persino il salumiere di cinquant’anni con la panza che ha la bottega dietro casa nostra.

Pochi giorni fa quello che non solo è il mio migliore amico, ma anche il mio amico migliore, tra uno spritz e una pizzetta mi ha detto che sta per partire, va via definitivamente da Napoli. Io ero esterrefatta, ma come?, volevo piangere e strillare che non poteva farmi anche questo, non bastava avermi appeso lo scorso venerdì perché pioveva, e io volevo uscire ugualmente ma sono rimasta a casa da sola, sul divano con la sigaretta accesa, tramando nel buio infinita vendetta? No, evidentemente non era abbastanza. Ho borbottato ad occhi bassi quanto fosse fantastica, questa idea. Lui sogna una vita altrove, campi coltivati, praterie in cui passeggiare, verdure raccolte al sole di prima mattina, una vita bucolica. Che cosa potevo dirgli?, pensavo tormentando i noccioli delle olive sputacchiati nel piatto. Mi sentivo masticata peggio di loro. Resta a Napoli, tentai, è vero, gli affitti sono sempre più alti per colpa della gentrificazione, però una peroni costa un euro e cinquanta centesimi. A conti fatti, capii che mi restava solo una carta da giocare. “E il mare? Come si vive senza il mare?”, dissi. Anche lì c’è il mare, mi ha risposto sorridendo, anzi, verrai a trovarmi? Mi resi conto che avevo perso. E ho dovuto anche mostrare di essere felice, capite?, che beffa, ingoiare una smorfia, storpiare un sorriso e augurargli buona fortuna.

Almeno pioveva, quando sono andata via, così non ero triste da sola. Sono tornata a casa in motorino, fradicia. Mi sono buttata sotto una doccia bollente e mentre mi insaponavo i capelli, con gli occhi chiusi e tutte e due le mani immerse nella schiuma, ho calpestato un flacone di shampoo tagliandomi il tallone con il bordo di plastica. Ho cacciato uno strillo per la sorpresa. Bestemmiando, mi sono ritratta prendendomi il piede tra le mani, saltellando, e per poco non scivolavo. Che brutta fine che ho evitato, sgusciare nuda e unta di sapone e sangue fuori di casa alla ricerca di un ospedale che non mi riservasse un TSO immediato. Ho guardato in basso e mi sono resa conto che le bottiglie e i flaconi ormai vuoti che conservo gelosamente tra quelli ancora pieni sono aumentati senza che me ne rendessi conto. Shampoo bio, creme per capelli comprate dal parrucchiere, scrub da farmacia in vasetti di vetro e saponi da discount mi imploravano ormai da mesi di dargli degna sepoltura, rigorosamente differenziata.

Una volta fuori, mi sono decisa a svuotare la doccia da quelle potenziali armi domestiche, ripensando alle minacce di mia madre di spedirmi in uno di quei reality per gente fuori di testa che dorme abbracciata ai cartoni di pizza accumulati sul pavimento. Mentre mi appiccicavo un cerotto sul tallone, guardavo la doccia ormai ripulita dal cimitero dei vuoti, sconfortata. La verità è che io non butto via niente, scontrini, quaderni con le pagine tutte già riempite, campioni di profumi puzzolenti, vestiti che non mi entrano più nemmeno se li scucio completamente e me li riconfeziono addosso, e nemmeno i rapporti che non funzionano. Perché quelli che funzionano, o per meglio dire, funzionerebbero, vanno via da soli, lontano da me, verso praterie e mari inesplorati, senza nemmeno quel saluto davanti a un bicchiere che il mio amico migliore mi aveva riservato, pagando ovviamente lui il conto perché sapeva che niente mi ripagherà della sua assenza ma cinque euro in tasca restano un giusto premio di consolazione, e non rimangono che quelli vuoti e ormai finiti, che ristagnano nella rubrica del mio telefono e io non faccio che ripescare, o sono loro a non smettere di riproporsi ed accumularsi, uno in fila all’altro, come i flaconi nella mia doccia, pronti a mostrare il lato più affilato in attesa dei miei piedi ignari ed incolpevoli.

Il colore blu dell’indifferenza

Non ci crederete, ma c’è ancora chi ti dà dell’immaturo perché visualizzi e non rispondi ai messaggi che ti ha inviato. Non perché non rispondi e basta, attenzione, ma perché visualizzi e non rispondi. Il visualizzare, in altre parole, è diventato il vero e proprio centro nevralgico della vergogna che si sente su di sè quando l’interlocutore, visibilmente, ci ignora.

Ora. A trentatré anni suonati ho ignorato parecchia gente, e sono stata a mia volta, invisibilizzata da altrettanta, se non di più. Quante volte ho fissato il buco che ho nel soffitto da quando ci ho scagliato contro il cellulare perché non mi arrivava la risposta di quello svedese meraviglioso che ho conosciuto in una vacanza nei colli londinesi, lanciandomi immediatamente a riprenderlo per verificare che non fosse rotto quanto me, che continuavo a mandare messaggi senza ricevere risposta. E continuare a fissare quel buco quando qualcuno fa finta di essere sordocieco pur di non dar seguito ai miei messaggi è una strada senza uscita.

All’epoca dello svedese, comunque, non c’erano le spunte blu o la faccina su messanger che correva a posizionarsi accanto al mio messaggio finto disinvolto, ma mi sentivo invisibile ugualmente. Con l’arrivo della tecnologia proiettata al controllo di ogni singolo essere umano su questa Terra, determinata dal colore blu dell’indifferenza su whatsapp o, peggio, quella anche malcelata di chi le ha eliminate, non mi sento, per questo, meno triste all’idea che qualcuno possa ignorare un mio tentativo di contatto. So che è nell’ordine naturale delle cose. La maggior parte dei messaggi, tra l’altro, li invio solo per vedere che succede. Una specie di gioco con me stessa, lancio un boomerang e dopo controllo se ho ancora tutti i denti in bocca.

Due giorni fa, al lavoro, un tizio mi ha fatto scivolare sulla scrivania un biglietto in cui c’era scritto un piccolo messaggio: “mi dai il tuo Facebook? Sei uno spettacolo!!!!!!!”

Dapprincipio sono rimasta interdetta dall’uso di tutti quei punti esclamativi, che mi hanno innervosito non poco per l’immotivato e sgrammaticato entusiasmo che volevano esprimere. Non sapevo cosa fare, avrei dovuto raccogliere quel biglietto sudaticcio con la punta delle mie unghie perfettamente laccate e minacciare di portarlo al mio capo, è inaccettabile ricevere queste molestie sul posto di lavoro. Invece mi sono arresa, gli ho scritto il mio contatto e lui è andato via. Al momento ero anche sorpresa, quasi colpita. Poi, ho cominciato a pentirmi profondamente di avergli dato il mio contatto. Il fatto è che il tipo entusiasta aveva tentato un approccio così esuberante senza verbalizzare alcunché, e la cosa già mi puzzava. Il pentimento ha lasciato presto il posto allo sconforto, quando ho accettato la sua richiesta di amicizia e ho visto che sul profilo non aveva nemmeno una foto con degli amici o parenti, ma tutte foto di selfie una in fila all’altra, selfie in giacca e cravatta, selfie in t-shirt, selfie con capelli lunghi, selfie con capelli corti, selfie da macho, selfie da bravo ragazzo con sorriso innocente. A quel punto non ero più sconfortata, ero proprio sulla soglia della depressione più sconfinata.

Chiaramente, ho acconsentito ad un caffè insieme poche ore dopo.

L’appuntamento, se così si può chiamare, è stato degno dei migliori autori dei programmi d’amore della De Filippi. Domande del tipo: “ma tu chi sei veramente?”o “Pregio e difetto?” mi hanno spinto a rispondere al collega che mi ha chiamato per sbaglio urlando: “Devo rientrare al lavoro??? Corro!” mentre dall’altro lato già avevano attaccato.

Poche ore più tardi, l’entusiasta che avevo già rinominato buffone, consapevole del poco interesse che nutrivo per un eventuale secondo round di noia e fastidio, mi scrive un messaggio che nemmeno l’oroscopo di Paolo Fox, in cui diceva di avermi capito nel profondo e che gli piacevo veramente e non ero solo una botta e via, ma che comunque da quel punto di vista lui ci dà dentro di brutto. Cioè proprio così, ad una tipa conosciuta venti minuti prima. E conosciuta per altrettanti venti, volendo esagerare. Comunque il buffone che avevo già rinominato astrologo non ha ricevuto risposta, perchè mi annoiava anche solo l’idea di perdere del tempo per formulare la più grande mortificazione che avrebbe ricevuto nella vita. Ma lui invece di ringraziarmi, si è mortificato sul serio, e così mi ha scritto che sono immatura e dopo, in modo molto maturo, invece, mi ha cancellato da Facebook.

L’astrologo, che avevo a quel punto rinominato il rosicone, se l’è presa non perché io lo abbia ignorato, ma proprio perché ho visualizzato senza rispondere. Sí, perché considerare immaturo qualcuno che visualizza e non risponde e anche scriverglielo, poi, in risposta alla sua non-risposta, è proprio la nuova frontiera del rosicamento. Ma che senso ha? Come si fa a sentirsi più maltrattati del solito se, al contrario della persona che ci ignora, il suo telefono invece ci ha dato udienza? Il telefono, poraccio, è costretto a considerare le cose che ci vengono scritte, ma è un messaggero che non porta pena. Siamo noi che portiamo pena, e parecchia, a chi non conosce i codici che risiedono nei vari: “vabbè dai ci sentiamo” alle proposte di week end al mare, agli sguardi al cielo quando sentiamo che alle ultime elezioni hanno votato Berlusconi, alle sopracciglia fino all’attaccatura dei capelli quando sì, proprio così, alla domanda sul suo difetto ha proprio detto: “sono un gran perverso”. Non vi dico le risate che ho dovuto reprimere per non rovinare il mio piano di fuga da quell’incontro. Come ha fatto a non rendersi conto di nulla? Tanto da inviarmi un messaggio chilometrico e stucchevole, lunghissimo e senza nè capo nè coda (ma tantissimi segni di interpunzione a caso).

Forse dovremmo proprio riconsiderare, anche noi, i messaggi che inviamo verbalmente o per iscritto, farci due domande e cominciare noi stessi a visualizzarci per quello che siamo. Non è mai troppo tardi.

Il gioco dell’oca

L’amore è una cosa bella finché c’è. Come la salute, i soldi, le ferie appena iniziate e i capelli prima che cadano. Tutto bellissimo. Il primo bacio, al buio di un locale mal frequentato, sul balcone di una casa in cui si festeggia non ti ricordi più chi e non sai più cosa, resta indimenticabile, se non hai bevuto troppo per trovare il coraggio di chiedere: che bevi?, che può essere pronunciato solo al terzo bicchiere o al terzo sguardo, da parte di qualcuno che ti sorride con gli occhi ma restano lontano senza avvicinarsi.

Le prime settimane sono un mal di pancia di quelli che vanno e vengono: ti scrive, poi sparisce. Che faccio, scrivo io per prima? Poi ti manca il coraggio. Come un crampo si avvicenda la sua assenza alla tua presenza, e al conto finale resti come alla fine di un due tre stella, ti volti e trovi l’altro immobile, lo sguardo fisso altrove, ormai la musica l’hanno spenta ed è ora di tornare a casa, raccatta le tue cose e prendi il cappotto, c’è papà che aspetta in macchina, non c’è più tempo.

E come al giorno segue la sera, all’attrazione segue il rancore. Quella indifferenza macchiata di dolore, con una spruzzata di rimpianti, di dovevo, volevo, potevo che ti perseguitano ogni volta che accendi la tv per non sentire quel silenzio pieno di parole non dette e quelle dette ma mai ascoltate con attenzione, che insieme fanno il copione della tua storia mal riuscita.

Ultimamente, quello che mi chiedo più spesso è se ho interpretato correttamente quello che mi si è presentato davanti, ripulito dalle onnipresenti lenti delle mie ridicole aspettative. Tormento le mie amiche fidate di teorie arrabbattate alla bell’e meglio, e mi chiedo: sto cogliendo correttamente i segnali che mi vengono inviati? O mi sto facendo le solite pippe a quattro mani?

Quello che più mi angoscia è l’idea di ritrovarmi come quando ero piccola, e toccava a me il conto a nascondino: quando aprivo gli occhi, sentivo forte il disorientamento del silenzio e dell’assenza dei compagni di gioco, e ancor più forte la sensazione che se mi fossi fidata del mio istinto, allontanandomi dalla tana, loro me l’avrebbero buttata in culo sgusciando fuori come vermi dalla mattonella smossa dal pavimento della cucina. A volte restavo a distanza di sicurezza, ma me la facevano lo stesso, e anche oggi la lezione è la stessa: la prudenza talvolta non sempre è sinonimo di accortezza. E allora giù a buttare linee e parallelepipedi con gessetti colorati, fin qui ci sto io, oltre ci sei tu. Sarebbe bello poterli usare anche quando si è grandi, delimitando gli spazi che si possono attraversare e quelli che vanno rispettati. Soprattutto per chi, come noi, vive in quel minestrone del centro storico di una piccola grande metropoli, dove ad ognuno può capitare di imbattersi nella stessa serata in più di una vecchia conoscenza sul marciapiede dello stesso bar. E come nel gioco delle sedie, una volta che la musica si spegne, e resti in piedi, capisci che si è fatta ora di tornare a casa senza nemmeno un premio di consolazione.

Ma se i rapporti sono come dei giochi, non sempre le regole sono quelle scritte nelle scatole delle confezioni. C’è chi vuole vincere facile ed imbroglia ad ogni carta pescata, oggi un sorriso ed un messaggio, domani ti tolgo il saluto e se ti avvicini vado giù di sputi.

E allora non è il caso che almeno io segua le regole scritte in piccolo, quelle che nessuno vuole mai imparare e ad ogni domenica tra amici tocca rispiegare, quelle del buon senso e dell’amor proprio, una linea guida che sappia tirarmi fuori dall’ennesimo tritacarne emotivo.

Se tu scappi, non mi vuoi, hai paura o solo fretta, io sventolo la bandiera bianca, mi arrendo, esco dal gioco. Quello in cui sono rimasta per troppo tempo a fare l’oca, che saltellando con i suoi piedi palmati nello stagno, non sente il cacciatore arrivare e ignora così il suo destino, quello di diventare un soffice, caldo, leggero cuscino di piume.

Una rondine sull’acqua

E così gli ho mandato un messaggio. Quella sera avevo voglia di vedere che succedeva se lanciavo una pietra nello stagno. Ero curiosa di capire se sto sasso sarebbe affondato subito o sarebbe, magari, rimbalzato per un paio di salti, con tanto di cerchi nell’acqua. Anzi, le rondini sull’acqua, come le chiamava mio padre per il fare il verso alla canzone francese “des ronds dans l’eau” e prendere in giro mia madre che la metteva sempre su quando ero piccola. Il sasso naturalmente ero io e lo stagno era lui, del resto assomiglia a un pantano marrone anche solo a guardarlo e la ragazza con cui si fa vedere in giro si veste sempre di verde, sembra una rana. O forse lo stagno ero io e i cerchi intorno a me erano i buchi nell’acqua che faceva lui da anni senza riuscire mai a trovare una strada giusta, con me. Fatto sta che, in verità, desideravo con tutta me stessa essere proprio quella rondine sull’acqua, quella che non esiste se non per scherzo, ma che è l’unica capace di correre sulle onde senza farsi male.

Così gli invio via whatsapp il video in cui un Bruce Willis in formissima, alla ricerca dell’orologio di suo padre, avverte la sua donna che sarebbe tornato prima che lei avesse finito di fare colazione, anzi, ancor prima che lei potesse dire crostata di mirtilli. “Forse non così presto, ma abbastanza presto, d’accordo?”

E in effetti il pantano ci ha messo molto ad arrivare, è venuto a piedi e senza chopper, magari è per questo che ci ha impiegato così tanto. Credo che gli servisse il tempo che ci vuole per farsi frullare in testa un’idea sbagliata. L’ha accolta, respinta, ci è tornato su per poi decidersi. Il risultato è una genialata in piena regola, un colpo di scena di un autore ubriaco, una multa sul parabrezza dopo una giornata sulla spiaggia, un voto alto agli scritti di un esame che manco esulti, perché significa che passerai il week end sui libri. Scoprire di avere il ruotino in auto dopo aver bucato, ma senza saperlo montare. Una caduta per le scale dove ti scheggi i denti davanti. Insomma, niente per cui festeggiare.

In definitiva, quest’uomo, dall’integrità paragonabile a quella di chi organizza le truffe ai danni degli anziani, dalla lucidità di un cervo inondato dai fari in autostrada in piena notte, dalla lungimiranza di un giovane di belle speranze che decide di iscriversi a giurisprudenza, ha deciso di dare uno strattone alla sua vita, uno strappo vero e proprio, ficcandoci dentro anche me, con la stessa approssimazione e leggerezza con cui infiliamo i nostri effetti personali in valigia al ritorno da un bel viaggio, dove non c’entrano più come prima, per come sono tutti in disordine, ed appallottolati, diciamolo, tristi come noi che dobbiamo tornare a casa.

Mi sentivo anche io appallottolata, il mattino dopo il suo ritorno in grande stile, anzi mi sentivo come una malridotta caccola tirata via dal naso in un momento di noia. Molle, fiacca e appiccicaticcia di rabbia. Esce dalla porta di casa mia e mi dice: tornerò prima che tu possa dire crostata di albicocche. E io, ridendo, lo guardo andare via. Poi, mentre sorveglio la porta in attesa del suono del campanello, e con in testa pensieri profumati di frutti di bosco, d’improvviso si è fatta sera e io, come una stupida, ero rimasta dov’ero, seduta al tavolo della colazione con le tazze appoggiate al contrario sul ripiano e il burro che intanto si era sciolto nel piatto finendo sul tavolo apparecchiato.

Mi sono tirata su, mogiamente, e ho acceso la tv. In quel momento è apparso di nuovo Bruce Willis, questa volta in tuta da astronauta, intento a dare l’ultimo struggente saluto a Liv Tyler. Che vita intensa, la sua, penso, mentre la mia altro non è che una costruzione di ruoli già visti e con una fine proprio telefonata.

Ho spento, sbuffando, mi sono data una scrollata alle briciole sui vestiti, ho aperto la porta e sono uscita, senza sapere bene dove andare.

L’aloe ipocrita

Un tizio al mio compleanno mi ha regalato una pianta di aloe vera. “Che bello”, gli ho detto quando l’ho vista, Gesù, ma che regalo è?, ho pensato quando l’ho appoggiata al davanzale. Sono una grande amante delle piante, ma vale lo stesso discorso dei cani: belli quelli degli altri, per me ciccia. Poi, guardandola meglio, ne ho colto appieno il senso: una pianta è un essere vivente, che cresce e va coltivato, come una relazione. Come quella che avevamo io e lui.

A questa considerazione, mi sono entusiasmata come una bambina al suo primo ingresso al parco giochi, mi pareva di volare. Promette bene, cercavo di pensare lucidamente mentre – pensate un po’- la innaffiavo con cura, e subito dopo mi mordevo le labbra dall’incertezza. Non affrettare i tempi, Maria, nulla è detto, non è certo un giornale qualsiasi che letto oggi è buono solo ad incartare le bottiglie di domani. Andiamo, a cosa serve essere così pessimisti! È chiaro! Altro non è che il comportamento di chi vuole restare, di chi ha capito di che stoffa sei fatta, bella mia. Roba de lusso, de classe, non come quelle tizie con i capelli lisci lisci dritti in testa e i vestiti tutti colorati che si aggirano per il centro storico. Che diamine, abbi fiducia, una volta tanto!

Poi, come se non l’avessi manco detto, il dono di questa piantucola insulsa si è rivelato un gesto ipocrita come lui, perché una settimana dopo il giardiniere provetto mi ha mollato con una scusa improbabile, non sei tu sono io, guarda è un momentaccio. Come quello che dico quando chiamo il dentista, ti giuro, volevo venire stavolta, eh, ma proprio non riesco. Facciamo settimana prossima?

E così è sparito senza lasciar traccia, come un evasore che si cala dalle sbarre con il solo aiuto di un lenzuolo attorcigliato mentre la pianta è rimasta lì, a fissarmi con ostinata perplessità con i suoi arbusti impettiti mentre stropicciavo i cuscini sul divano quando mi sedevo di fronte a lei per guardarla e piangere sentendomi più motivata. Ma si sa, chi scappa torna sempre sul luogo dell’efferato delitto consumato, e come quel fuggitivo che passa davanti al carcere con il cappello ben piantato sul capo per non farsi riconoscere progettando chissà quali altre gesta eroiche, lui è tornato a scrivermi. “Come sta l’aloe? È l’unica cosa di cui mi importa.”

E così, da simbolo romantico di una eventuale volontà di piantar radici nella mia vita, è diventato l’emblema del sé più sconfinato, dell’orizzonte più vasto che il suo ego sia riuscito a raggiungere, della sua accertata insistenza nel ficcarsi nella vita altrui senza dar nulla, senza essere nulla, senza esserci proprio. Quel piccolo fusto che resiste al gelo e alla neve che è precipitata in quest’ultimo mese sul mio terrazzo, devastando le mie bellissime piante di agrumi ma lasciando intonse quelle foglie permalosamente accartocciate, è diventato tutto il fulcro del mio gigantesco odio verso di lui e il genere umano cui appartiene e stavo quasi per gettarla dabbasso, verso il Perditempo, dove, se avessi avuto fortuna, una volta nella vita!, avrei potuto anche centrare lo zappatore molesto sulla testa e chiudere il cerchio magico di questo incantesimo meraviglioso che è stata la nostra relazione.

Ma l’ho lasciata lì, chissà che dall’aridità che mi ha lasciato in eredità non esca fuori un essere rigoglioso e vittorioso sul maltempo e le bufere più ardite, così come ho resistito io ai suoi incostanti refoli di sentimentalismo, che hanno cercato di smuovermi senza riuscirci. O, alla peggio, dovesse andar tutto storto, una maschera idratante gratis per la prossima serata a casa con le ragazze a base di vino bianco ghiacciato e cattiveria gratuita verso gli ex.

Crying in a limo

0239ACFF-52C6-4654-959A-C64D89136FFBMi è pigliata così, sti giorni. Ogni imbecille frequentato e scartato che mi passi nuovamente sotto il naso, da Facebook ai whatsapp, quelli mandati per ripescaggio – si sa, quando ad esempio alla tipa di turno che stanno frequentando arriva una telefonata e loro si accorgono improvvisamente di qual è il suono della sua voce, che sovrasta per pochi secondi quella cantilena che ripetono dentro di sè per confortarsi che andrà tutto bene, andrà tutto bene -, ho deciso di insultarli come non ho mai fatto fino ad ora. Come si meritano, diamine.

Un compagno pubblica una foto per la quale certa gente non dovrebbe nemmeno riprodursi? Gli scrivo in privato: “nemmeno tu, ciccio, facci un favore”. Un altro mi scrive ciao tesoro come stai? E io gli rispondo con un vocale in cui si sente il suono dello sciacquone del cesso con i remix più famosi dell’estate scorsa. Quell’altro, poi, dovevate vederlo, l’ho incontrato per la strada, camminava con aria svagata e quando mi ha visto, io favolosa, con i capelli appena asciugati dal parrucchiere in onde morbidissime e lucide come neanche Bianca Balti dopo sei filtri su instagram, occhiali da sole, completo sartoriale e tacchi costosissimi quanto scomodi, si è congelato con sulla faccia un sorriso da trota salmonata. Allora si ferma, fa per salutarmi, io mi irrigidisco. Lo guardo con aria di trionfo. Aspetto di incontrarlo da mesi, dall’ultima volta che è andato via da casa mia lasciandomi un buco dentro che ho riempito con raggia e cemento. Ho immaginato questo momento per settimane, a luce spenta, accarezzando la fiera che avrei voluto, prima o poi, scagliargli contro. Quella bestia sono io. Ho una collezione intera di sguardi sarcastici, parole pungenti, movimenti fieri e precisi. Mi sento una macchina da guerra da lanciare contro di lui. È il mio momento. Cerco di trovare un modo offensivo per fargli capire cosa penso di lui. Sono pronta, sono carica.

Ma non abbastanza. Perché sono spaventata, lo guardo e quel buco comincia nuovamente a intravedersi, ma come è possibile? Non avevo pensato che ritrovarmelo davanti mi avrebbe reso di nuovo insicura e piagnucolante. Vacillo. Mi esce fuori una battuta che puzza di essere pure mezza razzista – cazzo Maria, torna in te! Insultalo a dovere! Offendilo, che se lo ricorda per tutta la vita!, ma incespico, arrivo a smozzicare le parole, così, in mezzo a via Caracciolo, mentre il vento mi solleva i capelli e penso stupidamente alla Balti e a tutti quelli che per lavoro le fanno aria per smuoverle le parrucche senza fargliele cadere e io, invece, devo affidarmi al caso, alla natura, a questa disgraziata che mi ha fatto di 1 metro e 62 centimetri di altezza e per quanto alzi il naso con fare da snob sono un tappo e mezzo con i nidi di uccello tra i capelli e col vento contrario, come se non bastasse. Questo pensiero mi fa venire voglia di strillare tutta l’ingiustizia del mondo. Divento improvvisamente tutte le persone con un buco dentro, che vanno in giro e incontrano gente ma se ci fai caso puoi guardarle attraverso. Sono un fottuto totem di sacrilegi consumati e ancora da consumarsi, mi sento come un maledetto punto nevralgico di orrore e disperazione. A questo punto sto balbettando. Porca miseria. Lui da povero sfigato che era, mi guarda come se la sfigata fossi io. Così come sono, così come mi sento in questo momento. La rabbia che avevo accumulato in tutti quei giorni diventa un impreciso sibilo di dignità. La bestia, un micino lasciato sotto la pioggia a prender freddo. Mi fanno male i piedi nei tacchi costosissimi. Il completo mi prude e mi trattengo dal grattarmi. Mi finisce anche la sigaretta, ultimo baluardo di appiglio alla realtà che mi sta abbandonando, e sono costretta a buttarla. Adesso avrei solo bisogno di un’onda anomala che spazzi via il mio corpo inerme in mezzo al traffico del Lungomare. Penso timidamente che voglio solo piangere. E appena lo penso, sento gli occhi farsi bagnati, è la fine, sto per mettermi a piangere di fronte a quello che avrei dovuto ridurre in lacrime. La vita sa essere, come al solito, una gran bastarda. E allora mentre continua a parlarmi, non trovo niente di meglio da fare che lasciarlo così, sta cercando anche di dire qualcosa che sembra intelligente, ma che scherzi sono? Me ne vado, lui si interrompe e mi chiama per nome: Maria!, con fare stizzito. Io riprendo a camminare, attraverso la strada, giusto il tempo che il buco si riapra completamente e alla fine ci entro, non ho scelta, non mi resta da fare altro per piangere non vista, quel buio diventa confortevole come una limousine che arriva nel cuore della notte quando hai perso da qualche parte anche le scarpe e ti porta a casa, con i finestrini oscurati e un senso di malinconica, quanto glamour, pietà per te stesso.