Una rondine sull’acqua

E così gli ho mandato un messaggio. Quella sera avevo voglia di vedere che succedeva se lanciavo una pietra nello stagno. Ero curiosa di capire se sto sasso sarebbe affondato subito o sarebbe, magari, rimbalzato per un paio di salti, con tanto di cerchi nell’acqua. Anzi, le rondini sull’acqua, come le chiamava mio padre per il fare il verso alla canzone francese “des ronds dans l’eau” e prendere in giro mia madre che la metteva sempre su quando ero piccola. Il sasso naturalmente ero io e lo stagno era lui, del resto assomiglia a un pantano marrone anche solo a guardarlo e la ragazza con cui si fa vedere in giro si veste sempre di verde, sembra una rana. O forse lo stagno ero io e i cerchi intorno a me erano i buchi nell’acqua che faceva lui da anni senza riuscire mai a trovare una strada giusta, con me. Fatto sta che, in verità, desideravo con tutta me stessa essere proprio quella rondine sull’acqua, quella che non esiste se non per scherzo, ma che è l’unica capace di correre sulle onde senza farsi male.

Così gli invio via whatsapp il video in cui un Bruce Willis in formissima, alla ricerca dell’orologio di suo padre, avverte la sua donna che sarebbe tornato prima che lei avesse finito di fare colazione, anzi, ancor prima che lei potesse dire crostata di mirtilli. “Forse non così presto, ma abbastanza presto, d’accordo?”

E in effetti il pantano ci ha messo molto ad arrivare, è venuto a piedi e senza chopper, magari è per questo che ci ha impiegato così tanto. Credo che gli servisse il tempo che ci vuole per farsi frullare in testa un’idea sbagliata. L’ha accolta, respinta, ci è tornato su per poi decidersi. Il risultato è una genialata in piena regola, un colpo di scena di un autore ubriaco, una multa sul parabrezza dopo una giornata sulla spiaggia, un voto alto agli scritti di un esame che manco esulti, perché significa che passerai il week end sui libri. Scoprire di avere il ruotino in auto dopo aver bucato, ma senza saperlo montare. Una caduta per le scale dove ti scheggi i denti davanti. Insomma, niente per cui festeggiare.

In definitiva, quest’uomo, dall’integrità paragonabile a quella di chi organizza le truffe ai danni degli anziani, dalla lucidità di un cervo inondato dai fari in autostrada in piena notte, dalla lungimiranza di un giovane di belle speranze che decide di iscriversi a giurisprudenza, ha deciso di dare uno strattone alla sua vita, uno strappo vero e proprio, ficcandoci dentro anche me, con la stessa approssimazione e leggerezza con cui infiliamo i nostri effetti personali in valigia al ritorno da un bel viaggio, dove non c’entrano più come prima, per come sono tutti in disordine, ed appallottolati, diciamolo, tristi come noi che dobbiamo tornare a casa.

Mi sentivo anche io appallottolata, il mattino dopo il suo ritorno in grande stile, anzi mi sentivo come una malridotta caccola tirata via dal naso in un momento di noia. Molle, fiacca e appiccicaticcia di rabbia. Esce dalla porta di casa mia e mi dice: tornerò prima che tu possa dire crostata di albicocche. E io, ridendo, lo guardo andare via. Poi, mentre sorveglio la porta in attesa del suono del campanello, e con in testa pensieri profumati di frutti di bosco, d’improvviso si è fatta sera e io, come una stupida, ero rimasta dov’ero, seduta al tavolo della colazione con le tazze appoggiate al contrario sul ripiano e il burro che intanto si era sciolto nel piatto finendo sul tavolo apparecchiato.

Mi sono tirata su, mogiamente, e ho acceso la tv. In quel momento è apparso di nuovo Bruce Willis, questa volta in tuta da astronauta, intento a dare l’ultimo struggente saluto a Liv Tyler. Che vita intensa, la sua, penso, mentre la mia altro non è che una costruzione di ruoli già visti e con una fine proprio telefonata.

Ho spento, sbuffando, mi sono data una scrollata alle briciole sui vestiti, ho aperto la porta e sono uscita, senza sapere bene dove andare.

All Crush Are Bastards

IMG_4660-04-03-18-05-49 (1)Scappano, ritornano, inquinano le esistenze altrui senza pensarci due volte. Manipolano l’esistente per esistere essi stessi. Vogliono che sia tu a farli esistere, perché senza l’attenzione, lo spasimo, la confusione altrui non sono che ologrammi sgangherati che rischiano di cadere per terra come fondali di cartone di una scenografia posticcia: non è altro che la loro vita a reggersi su instabili assi di truciolato. Sanno come agganciarti, basta un messaggio, ma che dico, un sorriso da lontano mentre bevi il tuo bicchiere fuori al buco pertuso e comincia così il tiro alla fune, anzi della lenza che hanno lanciato verso di te e il cui amo si è conficcato direttamente nel tuo sedere, non sia mai che dovessi fraintendere dove vogliono buttartelo alla fine dei giochi. Tentennano, si sottraggono, nemmeno un numero di telefono vogliono darti. “È più divertente così, no?” Evidentemente non sanno che a far ridere sono solo loro. Se li guardi bene, sono rattrappiti dalle loro stesse ansie, come un segreto appallottolato e gettato nel cestino da quel compagno di classe che non sa ancora che gli altri andranno a infilare le mani nelle peggiori schifezze pur di renderlo lo zimbello di tutti. Eppure per te ancora conservano dignità, ma come è possibile?

A non darti il numero di telefono ti fanno quasi un piacere eh, attenzione, se fossi una persona senza importanza te lo avrebbero dato. Certo, non fa una piega, scusami ma queste maniche lunghe alla camicia te le lego io dietro alla schiena o fai da solo?, mi verrebbe da chiedere. Non fanno che confondere le carte per non farti capire una mazza, nemmeno dove ti trovi in questo momento. Beh, in un posto scomodo, te lo dico io. Poi ritornano, non sia mai detto che mollino la presa, soprattutto se li lasci andare tu per la loro strada dissestata, si annoiano e danno una scorsa alla rubrica, sì, una bella rimescolata ai giocatori lasciati in panchina fa sempre bene. Mescola che ti rimescola, dal brodo che preparano, qualche gallina salta sempre fuori. Poi tragedie, melodrammi che nemmeno sui più grandi palcoscenici del mondo si consumano con altrettanta avidità. In fondo cercavano solo un’amicizia, che hai capito? Dieci appuntamenti con otto aperitivi diversi, viaggi in taxi nei punti più disparati di Napoli e non so più quanti vestiti comprati da H&M per fare la tua porca figura smagliante al modico costo di 39 euro e 90 centesimi, e potevi andarci in tuta con le ciabatte. A saperlo prima.

Una volta che tutto questo, poi, ti conduce all’esaurimento più vasto che si sia mai registrato sulla scala richter della tua follia, allora sanno tirare fuori quello sguardo di commiserazione e disagio che solo un messaggio su whatsapp in cui ti chiedono spiegazioni che hai già fornito con la precisione e i calcoli di un ingegnere impiegato in un cantiere edile a cielo aperto può essere peggio. E così, non puoi che sprofondare nell’universo dei potevo, dei dovevo e dei volevo che si stringe intorno a te come una tagliola impietosa sul manto candido di una bestiola saltellante nella neve. Sarò capace di liberarmi?, penserai allo stesso modo. No. Perché non è che uno scontro, continuo, ripetuto, violento, con qualcuno che non ha intenzione di riconoscerti, di accettare quello che sei e che vuoi, condividere e negoziare i termini di un incontro, uno scambio. Ma ti reprime, ti soffoca, ti manipola fino all’inverosimile, per raggiungere chissà quale obiettivo. Anzi lo so. Nessuno. “E se non volessi dare niente? E se non volessi niente?”, ti chiederanno quando proverai a reagire. Ma tu non smettere di definirti, di far seguire assertivamente ad ogni tua parola il comportamento che sai essere quello giusto, perché è tuo e solo tuo, e nessuno potrà togliertelo. E quando tutto finirà, come in uno scontro in piazza dove si alzano ancora da terra i fumi dei lacrimogeni lanciati con tremenda precisione e furiosa pervicacia, rimetterai insieme i pezzi rovinati a terra e cercherai le persone disperse. Al dissiparsi della folla e del fumo, quando alzerai gli occhi al cielo per capire di che colore sia, ricordatelo.

All Crush Are Bastards.