Una inelegante pirouette

E proprio quando ormai non ci pensavo più, o almeno così dicevo in giro, ingoiando ogni maledetta voglia di scrivergli, e magari vederlo, perché no?, vi pare tanto una brutta idea dopo che mi aveva cercato, ingannato e mollato nello spazio di pochi mesi?, e avevo seppellito tutte le mie flebili speranze sotto una spessa coltre di simulata sicurezza, era arrivato dal nulla quel maledetto messaggio whatsapp in cui mi faceva: non mi va che non mi saluti più. Vuoi ripensarci? Prendiamoci un caffè, quando vuoi.

Panico. Che dico. Terrore. Stavo quasi per chiamarlo, poi mi fermo e rileggo quelle parole due volte. Mica mi convince. Ah, quanto vorrei, eppure non riesce. Io aspettavo, che so, di sentirmi dire: mi manchi, voglio te (mica quell’altra con cui mi vedo adesso). Proprio te. E invece no. La storia è quella, scritta nero su bianco: non esisto più? Sei sicura, ma proprio sicura-sicura?

Accidenti. Manco riesce a fare meno il pezzo di merda quando ha bisogno lui di me, stavolta. Io in quel momento non ero sicura proprio di niente. Nemmeno di come mi chiamavo, anzi. Erano tre settimane che mi aggiravo tra lavoro e serate a spasso con la faccia di una che aveva passato un guaio nero, anche se tutti mi dicevano che il vero macello me lo ero lasciata alle spalle. E certo, come no. Ma hai capito quel cazzone finalmente si è tolto dalle palle?, era la frase più frequente cui annuivo in risposta senza troppa convinzione, tra una controllata e l’altra al cellulare, chissà se chiama. Chissà che fa. Chissà con chi è. Chissà che cazzo magari la smetto prima o poi.

Annuisco ancora, a tratti mi piglia una paralisi. Sarà, continuo a ripetermi. Eppure in casa ogni cosa mi ricordava di lui, quel film che avevamo visto insieme che mi era sembrata la parabola orrenda della nostra misera frequentazione: una coppia mal assortita in cui lui fa il cazzo che gli pare e lei piange ad ogni ciak. Dal momento in cui lo aveva messo su, ma che dico, lo avevo anche scelto io, lui si contorceva sul divano mentre io cercavo di stringerlo come un capitone sotto le feste.

Che pena volere qualcuno che invece ti si scrolla di dosso così, con una inelegante pirouette. Quante volte ho pensato che fosse stato quel film a spingerlo a mollarmi, io ho trascorso un’ora e mezza davanti alla tv ad immedesimarmi in quella tragedia di tradimenti e cattiverie con lo stesso spirito spensierato di Cassandra alla vista di un gigantesco cavallo di legno fuori alle mura della sua città, e ho pensato che anche lui avesse fatto quattro più quattro perchè in otto secondi era sgusciato via dalla porta. Vagavo sospirando per casa, quando lui era ormai un ricordo impreciso e avevo conservato anche le caccole smucciose che aveva spremuto in un fazzoletto che io avevo ripiegato in uno scrigno di vetro, che te ne fai di una reliquia, era diventato praticamente un oggetto sacro intorno al quale ruotava ogni mio pensiero e lo sguardo correva lì, a controllare se fosse ancora al suo posto. Non è passato così tanto tempo, allora, mi dicevo. Magari oggi mi scrive, forse no, forse domani.

E se stesse aspettando me?

Mi consumavo all’idea che lo avrei incontrato e che lui mi avrebbe cercata tra la folla. Proprio zero. Era chiuso in casa con la sua nuova tipa, evidentemente aveva di stronzate da dirle. Lei era quella che incontravamo sempre più spesso, di recente, quella di cui gli chiedevo sempre, si chiama come, scusa?, e giù a spizzarla su facebook quando le amiche più fidate venivano con una bottiglia di vino a casa e io in pigiama rifiutavo anche di lavarmi. E commentavamo i suoi capelli lisci e i tatuaggi brutti, poraccia, quante gliene abbiamo dette dietro. Amici in comune mi dicevano pure che lui la trattava di pezza. Figurati, mi dicevo a bocca chiusa. Ma dove la trova un’altra come te?, mi dicevano. Seee, ancora?, non la trova perché non la cerca, io qua sto, mica mi risparmio la verità, io. Poi arriva quel messaggio.

E ogni incertezza, remora e perplessità diventano un arcobaleno di grigi, un mal di pancia improvviso, una illuminazione che mi fa saltare per tutta casa con il cuore che si arrampica su per l’esofago. E avevo due alternative, lo so, non c’era via di scampo. In una ci uscivo alla grande. Nell’altra andava a finire peggio pure. In pratica, o cercavo di risollevarmi da quella pozzanghera di scarsa dignità in cui mi aveva gettato il ricorrerlo per tutte le ultime settimane, ovviamente cancellando il messaggio dopo averlo appositamente screenshottato ed inviato alle persone che avrebbero avuto poi il sacrosanto dovere di ricordarmi cosa cazzo avevo da dimostrare coi miei silenzi, chissà. Soprattutto in giro la sera ubriaca con il cellulare a portata di errore. Ma intanto era fatta, ero fuori, libera.

Oppure, potevo precipitarmi a mandar giù, amarissimo, quel caffè in cui le sue pretese non sarebbero state per niente quelle che speravo. Perché un messaggio così dice esattamente quello che voleva dire. Dammi spazio, ancora. Torna a guardarmi come prima, adorami, idolatrami, amami. Fammi sentire che non ce l’hai con me, che tutto sommato non sono uno che vale così poco come sembra. Come sono.

Ho mollato il telefono lì, sul divano, mi sono alzata e ho aperto il frigo, preso una bottiglia di vino e una scatola di cereali. Ho mangiato muesli bevendo Pinot, mentre fissavo il muro della stanza che, muto, mi rimproverava.

Un’anatra all’arancia

Una mia amica ha cominciato a frequentare un ragazzo conosciuto su Tinder. Ieri mi ha raccontato che, dopo diversi mesi, notava con suo stupore che, se da una parte le cose tra loro ingranavano alla grande, lui però non smetteva di switchare le ragazze sul catalogo della dating app cercando matches cui non dava alcun seguito. “Non rispondo ai loro messaggi, lo uso solo per dare un’occhiatina. In fondo, è come entrare in un bar”. Ma se entrare in un bar e dare una sbirciatina alla gente seduta al bancone è come usare Tinder, mettere cuoricini di corrispondenza alle ragazze che lì si propongono, a cosa corrisponde? Ad offrire da bere a qualcuno che ti piace, chiedergli il numero di telefono?, oppure flirtarci e basta per tutta la sera?, mi chiedevo stamattina mentre mi preparavo per andare al lavoro. D’altronde, non è raro mantenere intatto quello spazio da single anche se si è in coppia, è una cosa a cui difficilmente si vuole rinunciare. Ma dove finisce la ricerca del proprio spazio e comincia lo spazio della ricerca, se non della caccia vera e propria?

Ho ripensato a quella volta in cui la mia amica T., bella come poche, tanto che non le presento mai quelli con cui esco prima di essermi accertata che non sia già impegnata con qualcuno (lei eh, non loro con me) è uscita con un tizio, a suo dire, assai belloccio. Lui le ha offerto da bere, ha bevuto più di lei, e in pochi minuti stava flirtando con due tedesche capitate per caso fuori alla Fesseria. “Non prendertela sul personale” – le fa quando lei aggrottando le sopracciglia già componeva il numero di telefono per chiamare un taxi e tornare a casa, non prima di aver rispedito il belloccio esattamente lì da dove era venuto – “avrei cercato di portare a casa una di loro, se tu stasera non ci fossi stata.”, aggiunge con una ingenuità che solo il terzo gin lemon sa regalare con tanta incredibile voluttà. Quando me lo ha raccontato, non so se rideva più forte lei o io, al telefono, pensando a quanto sa essere disastrato il genere umano, laddove un uomo, fuori ad un bar, ha la stessa fagocitante avidità di un bambino che entra nella stanzetta di un suo compagno ed afferra ogni giocattolo a portata di mano sperando di portarlo a casa con se, non prima di aver frignato come aveva fatto l’imbecille seguendo la mia amica per tutta piazzetta Nilo. “È che la gente non sa quello vuole. Mentre ce l’ha non sa se lo vuole e quando non lo ha più non sa nemmeno se lo ha mai voluto e neppure perché non lo vuole più”, mi diceva T. poco prima di chiudere la conversazione.

Ma lei non era la sola. Anche D., bella quanto sveglia, di una intelligenza viva come tizzoni ardenti, che una volta in fiamme non risparmiano nessuno, e dico proprio nessuno, lamentava, ultimamente, che il suo ragazzo, quando si sedevano al tavolino di un bar per prendere da bere, non riusciva a smettere di fissare i fondoschiena delle ragazze che passavano loro accanto. “Non riesci? Cos’è? Un tic?” – le chiede lei, squadrandolo da capo a piedi con aria sarcastica. “Forse” dice lui, con tono colpevole. “Capisci?”, mi raccontava lei, “Anche questo? Non bastava che si scaccolasse in pubblico?”. E così, ho ripensato al tizio che frequentavo diversi anni fa, uno che dopo un mese già non ne poteva più di me. Come dargli torto, in genere una settimana è sufficiente a liberarmi di loro prima che debbano trovare una scusa che li giustifichi quanto basta a svignarsela alla grande. Una volta che lui era sparito e io ormai rimettevo insieme i pezzi lasciati sparpagliati da quella relazione derelitta, lui è tornato a farsi sentire: ci prendiamo un caffè? Ovviamente lui aveva già un’altra, ma vuoi mettere? Volo da lui, in mezz’ora ero vestita e truccata più gnocca che alla serata di Capodanno tutta lustrini e paillettes. “Vorrei che avessimo un rapporto, io e te, vorrei vederti, parlarti.” E il sesso? “Per ora no, quello no”, mi dice davanti a un caffè che era diventato un bicchiere di vino e poi un muretto su cui faticavo a rimanere appollaiata con la mia minigonna da battaglia.

E allora ho capito che per qualcuno la stagione di caccia non si chiude mai, ma potevo farlo io, stavolta. Non mi andava di fare la fine di un’anatra all’arancia, così sono scivolata dal muretto con un salto finto disinvolto riuscendo più che altro a fare la figura di una gallina che non sa nemmeno volare, ma andava bene così. Sono tornata a casa, pensando a quanto avevo guadagnato nell’aver perso. E che la ricerca di uno spazio ce l’ho anche io, non sono immune ad abbandonare il mio bigliettino da visita da single e sentirmi costretta in una relazione soffocante come un ascensore bloccato tra due piani, ma la mia è la voglia di un luogo di libertà che sa tanto di cose non dette, dove possa scorrazzare per i prati con le mie piume spettinate al vento, dove non c’è caccia e non ci son cacciatori, dove riesca a sentire il rumore che fanno le mie penne quando sono attraversate dalle correnti d’aria e con gli occhi aperti, ben spalancati, pieni dell’erba di mille sfumature di verde che mi circonda.

C’era una stolta

Ognuno di noi ha vissuto storie importanti, di quelle che hanno insegnato tanto e che ti dice culo se arrivi nella vita altrui dopo una storia così piuttosto che essere proprio tu, quella storia. Ti dice bene, insomma, se la persona che incontri è già stata vaccinata, sverminata ed è pronta a varcare la soglia di casa tua come un batuffolo di cucciolo che sa già che la cacca va fatta nella lettiera e non sul pavimento. Perché la rieducazione sentimentale sono gioie e dolori. Si cresce, non senza sacrifici, ci si confronta, si abbandonano pezzi di sè come lo sportello dell’automobile divelto in un incidente in tangenziale, dopo il quale riparti allacciandoti la cintura ma senza poter appoggiare il braccio al finestrino perché alla tua sinistra non c’è più nulla. Solo un buco. Ma questa è un’altra storia.

Io ho avuto una relazione rieducativa, che mi ha messo in piedi, in fila contro un muro, mi ha imposto ordine e disciplina, basta frignare. Prima di incontrare la persona cui devo tutto, le mie sicurezze più traballanti come le mie insicurezze più tenaci, ero proprio una stolta, sul serio. In sintesi, la vita era per me come una versione psicopatica di un blockbuster americano incentrato sul match cruciale di studenti cazzoni giocatori di baseball che si giocano il tutto e per tutto per vincere una borsa di studio per il più prestigioso college americano e c’è sempre il nero che deve andare a lavorare per mantenere la mamma single spiantata e il coach che gli paga le bollette pur di farlo giocare perché è nero, e quindi è il più forte di tutti. Una storia in cui l’insegnante di educazione fisica che era un ragazzo di belle speranze ed è finito ad insegnare sport in un liceo di provincia spinge i ragazzi a dare il meglio di se chiamandoli “i miei campioni” e che urla che ce la possono fare a vincere, perché lui crede in loro.

Insomma. Il succo è che, prima di quell’incontro che mi ha cambiato la vita, ogni parola che mi mettesse in discussione era per me una coltellata in pieno petto, allora non sei dalla mia parte? O dentro o fuori, se non sei con me sei contro di me. Mi viene da ridere se ci ripenso, ma a bocca chiusa, così nessuno se ne accorge e io posso evitare di mortificarmi. Chiaramente è stata importante, importantissima. Una storia meravigliosa. In altre parole, un inferno. Ma dopo un lungo periodo paragonabile ad un vero e proprio orfanotrofio dickensiano, in cui ti sforzi di mangiare i fagiolini molli al refettorio dopo le punizioni corporali subìte per aver lasciato il piatto pieno e dormi con la luce accesa la notte sentendo i passi pesanti, magari con tanto di rasserenante cigolio di catene in sottofondo, fuori al corridoio, ho imparato che la vita non si distingue in chi è dalla tua parte e chi è contro di te, ma se così fosse allora hai più bisogno di chi ti dice che sbagli che di chi ti dice: andrà tutto bene. Perché la verità, la mia, almeno, è che non basta una fiducia immotivata nel futuro se non metti in discussione il presente che non va bene. Ovviamente, ho dovuto sradicare delle parti di me che ancora mi pendono ai lati come ciuffi di capelli scomposti dopo lo strascino di una vaiassa fuori ad un locale perché “stai guaddann o uaglion mì?”, ho elaborato migliaia di idiosincrasie che nemmeno sotto il militare quando impari a rifare il letto che pare squadrato con un righello e ti lucidi gli anfibi che brillano come uno specchietto con cui fai i giochi di luce in una pigra giornata di sole, e poi finisci ad andare in giro con una pistola infilata nel retro dei jeans, ma ancora molto è rimasto da fare.

Non ho purtroppo imparato a contare prima di parlare, a masticarmi le parole in bocca prima di sputarle

fuori quando qualcosa non mi va bene. Non ho imparato la buona educazione, a stare seduta composta a tavola, a non rubare il cibo dal piatto del mio vicino di sedia, a stare troppo tempo da sola, a ridere meno sguaiatamente. E soprattutto, ad accettare le cose che mi fanno soffrire con l’elegante dimestichezza di chi si imbatte in un fastidioso contrattempo. Ma ho abbandonato la mia idea infantile di una relazione salvifica, che mi salvi dai miei guai immaginari, personali, irrilevanti, che sono per me serissimi, universali e assai gravi. Ho mollato la convinzione di avere sempre ragione solo perché so alzare di più la voce. Ho perso la voglia di far battaglia per qualsiasi cosa, anche se continuo a preparare il campo ogni mattina appena sveglia, quando apro gli occhi e le quattro mura che mi circondano sono quelle di casa mia. Ma in fondo chi si sente veramente a casa quando ha messo in discussione ogni regola imposta a sè e agli altri, su cose importanti o anche banalissime. Come la cottura di quegli odiosi, mollicci, schifosissimi fagiolini.

È solo un escamotage

Se le cose non vanno bene, in una relazione, c’è chi scappa e c’è chi resta. Chi si ostina ad insistere, come a voler onorare un patto stretto chissà quando, di quelli che non ricordi bene ma deve essere stato di notte tarda dopo parecchi bicchieri. E poi c’è chi abbandona, invece, quel rapporto malsano e spremuto all’osso, ormai, di ciò che di buono poteva esprimere e non l’ha fatto. Perché basta, buoni sì ma fessi no, giusto?

E se chi se ne va ha il plauso della comunità intera di single seduti ad un tavolino qualsiasi del Bellini con spritz alla mano e occhiali da sole piccoli e stretti all’ultima moda appoggiati accanto al pacchetto di Camel, chi invece sabota una relazione positiva e potenzialmente straordinaria non merita la compassione proprio di nessuno. Ma siamo davvero così sicuri di essere tutti, qui presenti, capaci di prendere il buono e di scartare il malamente?

Gli inizi di un rapporto, si sa, sono meravigliosi, soprattutto con qualcuno di passaggio incontrato a Nilo che oggi lo becchi, domani chi lo sa. Nessun problema. Siamo tutti bravi a fare gli splendidi con chi vale poco e niente. Ma se invece incontri qualcuno che davvero ne vale la pena, allora lì partono i problemi. I problemi veri.

Una volta un tizio mi ha detto che appena le cose vanno bene con una ragazza e questa vuole avere una relazione con lui, beh, lui scappa e non si fa più trovare. Non ho detto sentire o vedere, ma proprio trovare, sì, non si fa proprio più vedere in giro. Lo immaginavo che si dava per disperso, tutto preso a cambiare numeri di telefono, giri di amici, ma, in verità, continuava a frequentare sempre lo stesso bar e sempre gli stessi stupidi, squallidi, amici. Tra cui me.

Ma non è il solo. Una mia amica, poi, in una di quelle serate tra ragazze in cui ci si mette a vicenda lo smalto sui piedi e poi si finisce a guardare brutal porno fino a notte fonda parlando degli ex più luridi che si riescono a ricordare dopo tutte le birre tracannate, mi ha raccontato di uno scappato di casa che faceva piovere giù insulti la mattina dopo certe serate incredibili, piene di passione. “Mamma mia, sai che paura aveva lui che mi accorgessi di quanto fosse una persona inutile?”, mi ha detto. Ed ancora. Al bar da Roberto, facendo colazione uno di questi svogliati sabato mattina presto, con libro e caffellatte senza nessuno sveglio a disturbarmi a quell’ora, ascolto casualmente la conversazione di due ragazze sedute al tavolino accanto al mio. Una racconta all’altra, ridendo – ma non troppo, di una relazione con un tizio che alla fine di ogni rapporto se ne andava via non prima di averla salutata. Con una stretta di mano.

La verità è che la paura di farsi del male, di ritrovarsi inadeguati, di dover cambiare idiosincrasie e piccole ossessioni ci fa sentire vulnerabili, e ci sembra che l’altro voglia derubarci, che so, fregarci. Non più, come agli inizi, quando ci appariva come qualcuno pronto a darci, forse dopo tanto tempo dall’ultima volta, qualcosa di prezioso.

E da questo pensiero, che presto o tardi arriva ad insinuarsi nella nostra testa, tutto cambia. Non pensiamo più a crescere, ma solo a sopravvivere. E tutto ciò che segue è solo un escamotage.

Oscillano i resti del giorno

Mi fermo un istante, per la strada, mentre mi sei vicino. Ti stringo, forse ti sto parlando del nulla perché le cose che vorrei dirti non posso nemmeno permettermi di pensarle, a volte, chissà. Mi guardi e scoppi a ridere, rido anch’io e penso che non c’è nient’altro che vorrei fare al mondo, se non ridere scioccamente di cose serie, e parlare seriamente di cose sciocche. I passanti ci guardano, se ne sono accorti forse loro di quello che dico senza muovere le labbra, ma solo le ciglia, che vogliono nascondere lo sguardo senza riuscirci. Ci passa accanto un motorino, veloce. Sento urlare: stuprala!

Ingoio gli ultimi pensieri belli della serata, il film che abbiamo visto al cinema non mi ha assai convinto ma la birra era fredda proprio come l’avevi chiesta, sai? Tu al buio eri l’unica cosa che volevo vedere, però, seduto accanto a me in una sala piena di gente, e pure carino, illuminato com’eri dal riverbero delle luci dello schermo.

Torniamo a casa, cerco di ridere, mica mi riesce. Allora ciao, è stata proprio una bella serata, ti scrivo eh, poi ci becchiamo in giro. È il gioco di chi non sa dire: sali da me?, e l’altro neppure, così ci si aspetta che siano le gambe a fare il passo successivo, verso il portone del palazzo. Salgo con te le scale a due a due e mentre ascolto il rumore dei miei passi pesanti sento solo: stuprala! Stuprala! Stuprala! Stuprala! Arrivo alla porta di casa col fiatone, cerco di correre più veloce ma non riesco a lasciarmela alle spalle, la bastarda. Quella voce si infila nella serratura della porta, scivola verso il pavimento e mi precede nel corridoio, attraverso la cucina, striscia nella vasca da bagno, arriva nella stanza da letto.

Quella voce è ancora lì, è rimasta per tutto il tempo adagiata sulla sedia tra i nostri vestiti spiegazzati. Faccio per non guardarla, ma lei mi fissa e non riesco proprio a far finta di niente.Ti avevo parlato di un anno fa, di quella volta in cui un mediocre mi ha teso una trappola vigliacca nel suo studio, dove eravamo soli, lui ed io, completamente paralizzata sul suo divanetto da catalogo da ufficio, schienale dritto, grigio scuro, cuciture in rilievo, mani lunghe. Le sue. Mi ricordo di questo gigantesco quadro appeso al muro, raffigurante una enorme donna con i seni scoperti, i capezzoli grandi quanto un mio pugno. Adesso il mediocre è accanto alla voce, nella mia stanza da letto, ma è anche sul divanetto grigio topo modello violenza sessuale a portar via, vieni per un consulto legale e vai via con un trauma. Un’offertona, disponibile a richiesta solo per una cazzona come me. Allo stesso tempo, però, non so come, è anche per la strada che abbiamo percorso fino a casa, seduto su un motorino che sfreccia veloce e bisbiglia: stuprala. Ha i denti in fila, uno accanto all’altro, dritti e un po’ curvi. Non ha bisogno di urlare, sa che lo sento benissimo. Io lo guardo, lui mi strizza l’occhio. Sono sempre qui, Maria. Non me ne vado mica, bella. Vuoi un aperitivo? Lo chiamo giù al bar. Sta arrivando la mia ragazza, ma non andare via, sei fidanzata? Fatti più vicina, dai. Guarda quanto è grande questo divano, ti piace?

Ti guardo mentre sei di nuovo al buio, accanto a me, con la luce che filtra dalla porta del bagno. Tu te ne accorgi, mi chiedi cos’ho. Ti dico qualcosa, non so più cosa, e mi fai: mi dispiace. Non dici: che stupidaggine, non è nulla, quanti problemi che ti fai, che cazzo. No. Dici solo: mi dispiace, e allora io sorrido, perché mi sembra che tu sia dispiaciuto per tutte le cose brutte del mondo, quelle che mi sono già successe, che nemmeno conosci, e quelle che ancora devono arrivare. Perché arriveranno, mi dice sorridendo il mediocre dall’altro lato della stanza. La sua voce è quella che non è andata via dalla stanza per tutta la serata, mentre fuori ancora oscillano i resti del giorno.

Mi volto, spingo la faccia contro il tuo petto. Chiudo gli occhi e non sento più niente.

La sindrome del compagno fantasma

Se l’analisi dei rapporti non è paragonabile ad una scienza perché ognuno segue una regola tutta sua, è anche vero che quando qualcosa non funziona ti senti preda della peggiore delle influenze intestinali, e non ti resta che chiamare il tuo dottore, emotivo s’intende, l’amica a cui mandi gli screenshot di ogni messaggio inviato e ricevuto o il barista componente che ti vede parecchio giù e ti offre il primo giro. La mia dottoressa ha i riccioli biondi e lo sguardo di ghiaccio, sa cazziarmi come nemmeno mio padre quando a quindici anni tornavo alle cinque del mattino e lui mi portava al balcone di casa, e mi diceva: guarda, Maria, non c’è nessuno per strada a quest’ora. Mi dici dove cazzo sei stata? Adesso, si capisce, questo giochetto non gli riuscirebbe più, perché alle cinque di mattina giù a Bellini pare mezzogiorno nella piazza del quartiere dove si tiene il mercatino rionale nei giorni di festa. Ma all’epoca nemmeno un tossico che sbucasse dalle mura greche a dargli torto, cazzo. E oggi come ieri, con la mia amica sono sempre più mortificata quando mi fa notare che all’ennesimo inizio di storia che non porterà mai a niente, o l’ennesimo inizio di niente che non porterà mai e poi mai ad una storia, sono rimasta da sola come su quel balcone ed è arrivata l’ora di mollare tutto ed aspettare l’arrivo del nuovo giorno.

Ma qualche volta, sono in grado anche io di curare le ferite emotive delle mie amiche e la prognosi che più spesso mi ritrovo a regalare davanti a un bicchiere di vino o via skype con collegamenti oltreoceano è senza dubbio la sindrome del compagno fantasma. Una volta in tv vidi uno speciale sulla reazione della gente a fatti traumatici, come le amputazioni. Mi colpì più di tutte la sindrome dell’arto fantasma, quella per cui se ti tagliano via un piede senti ancora prurito al calcagno o se ti staccano una mano, magari ti fanno male le dita o senti ancora di poterle muovere. Non ci si arrende, insomma, all’idea di aver perso quei pezzi di corpo così importanti, e ci si ostina con inspiegabile cocciutaggine ad utilizzare quei prolungamenti di sè che ormai sono belli che andati.

“Ed è la stessa cosa che fa il tuo ex con te, non c’è storia. Quando stavate insieme non gli andava bene nulla di te, di voi due insieme, e adesso che stai con qualcun altro, vuole un figlio. Un figlio, rendiamoci conto!”, mi metto a ridere seduta al tavolino di Berisio mentre aspetto il mio bicchiere.

“Scusami, ci vuole ancora molto?”, chiedo al ragazzo che gira tra i tavoli per ritirare i bicchieri vuoti. Senza alcool la mia parcella sale di parecchio, non è il caso di farmi aspettare.

Il punto è che una volta finita, e soprattutto se in malo modo, la storia, con uno strappo repentino dopo una lunga agonia di incomprensioni, capita che uno dei due non sappia proprio arrendersi al fallimento, all’idea di aver perso qualcosa o qualcuno che, in definitiva, aveva sempre dato per scontato nella sua vita, così come ognuno di noi dà per assodato il proprio piede o il gomito. Non è in grado, diciamocelo, di capire bene gli errori, se di errori si può parlare, compiuti nella relazione e che, quindi, lo sappiamo benissimo, continuerà a ripetere all’infinito come in un girone infernale, come Prometeo cui un’aquila staccava gli intestini che gli ricrescevano durante la notte affinché il giorno successivo potesse patire nuovamente i tormenti della lacerazione delle carni. E così noi continuiamo a rispondere a quei messaggi di amore inutilmente inconsolabile, a tenere testa ad insulse scenate di gelosia fuori tempo massimo, ci facciamo crescere nuovamente dentro quei sentimenti per farceli strappare di nuovo, nonostante i dolori della fine della storia già patiti a sufficienza. Chissà cosa pensiamo davvero di dover scontare, quale malefatta di una vita passata riteniamo di aver compiuto per rimanere incastrati in enormi ruote panoramiche da cui ci affacciamo sulla nostra stessa mestizia.

Il club dello spazzolino da denti

Una volta a casa sua, mi aveva prestato uno spazzolino da denti. Sembrava usato, e anche malridotto. Alla vista della mia faccia perplessa, mi spiegò: era quello che usavo io prima, se non ti fa schifo usalo pure. Lo fissavo mentre, nel piccolo bagno al piano di sopra, quello adiacente alla cucina, insaponava i suoi denti piccoli e diritti con la faccia tirata in una di quelle smorfie che si fanno quando qualcuno racconta un episodio parecchio splatter. Mia madre adora raccontarmi vicende che io chiamo “ai confini della realtà”, per la particolare truculenza che ci mette nei dettagli, che mi fa socchiudere gli occhi e arricciare le guance all’insù. Ecco, mentre strofinava i denti bianchicci di dentifricio, lui faceva la stessa faccia contrita e io lo guardavo tra il divertito e il preoccupato. Presi quello spazzolino dalle sue mani, che mi porgeva come a sfidarmi sui miei pregiudizi piccolo borghesi sull’igiene della società contemporanea. Decisi che non gliela avrei data vinta, e avrei mostrato di fidarmi. Ci piazzai uno sbuffo di dentrificio su, con la solennità di chi deve dimostrare qualcosa. Come se avessi impugnato uno skateboard sulla cima di un dirupo davanti a tutti i ragazzi ripetenti della mia scuola, oppure un bisturi di fronte ad un uomo colpito da un proiettile che avesse come unica speranza di sopravvivenza le mie mani, che peraltro sono ferme come un cane sui pattini in un video strappalike, ho avvicinato quell’oggetto spelacchiato che sì, mi faceva schifo non poco, alla bocca e ho chiuso gli occhi, arricciando le guance all’insù. Quando li ho riaperti, lui mi fissava con lo sguardo accigliato con cui mi guardava di solito quando dicevo una delle mie tante stupidaggini. Come al mio solito quando qualcuno mi spinge a dimostrargli qualcosa, ho eseguito davanti a lui il compito assegnatomi con fare brillante e dinsivolto. Ho sputato grumi di dentrificio pastoso nel lavandino e non ci ho pensato più.

Alcune sere dopo, mi raggiunge a casa un’amica per cena. M. veniva spesso da me in quel periodo, parlavamo un sacco di tutto e si faceva tardi, assieme, per cui capitava che dormisse da me. Mentre è al bagno mi racconta di un ragazzo, l’ultimo dei tanti imbecilli, che l’aveva invitata a casa sua e lei era rimasta a dormire con lui. Prende a raccontarmi di come era casa sua, mentre io, nella camera accanto, la ascoltavo parlare mentre piegavo i vestiti che erano accumulati sulla sedia, per far spazio alle sue cose.

“E poi mi dà questo spazzolino da denti, no? Dovevi vederlo, era consumato come un vecchio copertone in una discarica a cielo aperto, non puoi capire che schifo. Chissà a quante ragazze lo fa usare, quella specie di latrina pubblica. Sicuramente a tutte quelle che si porta a casa per scoparsele dopo le serate in cui lavora al pub, ci scommetto quello che vuoi, quel lurido!”

Ho alzato piano lo sguardo dalla gonna di velluto che stavo ripiegando con cura e credo di aver anche spalancato la bocca, non lo ricordo con esattezza. Come in una specie di sonno della ragione o, peggio, nel pieno risveglio di essa, ho fissato la porta del bagno da cui usciva, filtrata, la voce di M. che continuava a sparlare del sozzone che aveva conosciuto. È stata proprio la vista di quello spazzolino a dargli questo simpatico nomignolo, sozzone, e chiaramente ancor più sozzone erano le deficienti che lui portava a casa sua e che magari lo usavano pure, quello spazzolino merdoso!, continuava ad inveire M.

Come per un mancamento, mi sono seduta sulla sedia stracolma di vestiti, incurante di spiegazzarli con il mio culo tremolante. Il pensiero che fossi anche io una sozzona mi fece sbottare a ridere istericamente.

Chiaramente il sozzone della mia amica e quello che aveva osato utilizzare la stessa pratica senza preoccuparsi di farmi condividere ogni batterio e residuo di cibo con tutte quelle che aveva portato a casa sua prima di me, senza alcun contraccettivo che difendesse il mio alito e l’integrità delle mie tonsille, non erano la stessa persona. Ma se questa faccenda era condivisa da almeno due persone di mia conoscenza, lo spazzolino orgiastico, il polispazzolino, lo spazzolino aperto o comunque lo si voglia chiamare, era pratica di chissà quanti altri ancora. Magari anche di persone che conosciamo. Che so, vicini di casa, colleghi di lavoro, conoscenti di un bar. Un club segreto, una specie di fottuta confraternita che utilizza quello bastoncino ciuffoso come simbolo di libertà sessuale, e magari nell’offrirlo alla propria conquista vuole addirittura significare una proposta di un rapporto libero, di un threesome, che ne so. Accidenti, magari accettando quello schifo, l’ultima volta, avevo dato, senza saperlo, il mio consenso per una notte a tre con chissà chi, e la prossima volta che fossi andata da lui avrei trovato ad aspettarmi suo cugino, quello coi brufoli, ficcato sotto le lenzuola senza vestiti addosso, o la sua coinquilina con i denti storti e l’alito pesante, Giorgia.

Alito pesante, pensai. Oh mio Dio.

Da allora ogni volta che entro nella casa di qualcuno che mi piace e che mi invita a salirci al termine di una serata insieme, con una scusa vado diritta al bagno, controllo il numero di spazzolini corrispondenti a quello dei coinquilini, senza dimenticare di aprire gli armadietti per cercarlo bene, quel simbolo di dissoluzione, quella proposta oscena travestita da sana abitudine, quell’invito aberrante ad abbandonare la moralità dei miei costumi. Se non trovo niente, torno a sedermi sul divano e finisco il mio bicchiere. Se trovo un qualsiasi spelacchio in un cassetto o nell’anta dello specchio, fingo un contrattempo, saluto in fretta e prendo un taxi, di corsa, per tornare a casa, prima che la faccenda si faccia troppo affollata.