La sindrome del compagno fantasma

Se l’analisi dei rapporti non è paragonabile ad una scienza perché ognuno segue una regola tutta sua, è anche vero che quando qualcosa non funziona ti senti preda della peggiore delle influenze intestinali, e non ti resta che chiamare il tuo dottore, emotivo s’intende, l’amica a cui mandi gli screenshot di ogni messaggio inviato e ricevuto o il barista componente che ti vede parecchio giù e ti offre il primo giro. La mia dottoressa ha i riccioli biondi e lo sguardo di ghiaccio, sa cazziarmi come nemmeno mio padre quando a quindici anni tornavo alle cinque del mattino e lui mi portava al balcone di casa, e mi diceva: guarda, Maria, non c’è nessuno per strada a quest’ora. Mi dici dove cazzo sei stata? Adesso, si capisce, questo giochetto non gli riuscirebbe più, perché alle cinque di mattina giù a Bellini pare mezzogiorno nella piazza del quartiere dove si tiene il mercatino rionale nei giorni di festa. Ma all’epoca nemmeno un tossico che sbucasse dalle mura greche a dargli torto, cazzo. E oggi come ieri, con la mia amica sono sempre più mortificata quando mi fa notare che all’ennesimo inizio di storia che non porterà mai a niente, o l’ennesimo inizio di niente che non porterà mai e poi mai ad una storia, sono rimasta da sola come su quel balcone ed è arrivata l’ora di mollare tutto ed aspettare l’arrivo del nuovo giorno.

Ma qualche volta, sono in grado anche io di curare le ferite emotive delle mie amiche e la prognosi che più spesso mi ritrovo a regalare davanti a un bicchiere di vino o via skype con collegamenti oltreoceano è senza dubbio la sindrome del compagno fantasma. Una volta in tv vidi uno speciale sulla reazione della gente a fatti traumatici, come le amputazioni. Mi colpì più di tutte la sindrome dell’arto fantasma, quella per cui se ti tagliano via un piede senti ancora prurito al calcagno o se ti staccano una mano, magari ti fanno male le dita o senti ancora di poterle muovere. Non ci si arrende, insomma, all’idea di aver perso quei pezzi di corpo così importanti, e ci si ostina con inspiegabile cocciutaggine ad utilizzare quei prolungamenti di sè che ormai sono belli che andati.

“Ed è la stessa cosa che fa il tuo ex con te, non c’è storia. Quando stavate insieme non gli andava bene nulla di te, di voi due insieme, e adesso che stai con qualcun altro, vuole un figlio. Un figlio, rendiamoci conto!”, mi metto a ridere seduta al tavolino di Berisio mentre aspetto il mio bicchiere.

“Scusami, ci vuole ancora molto?”, chiedo al ragazzo che gira tra i tavoli per ritirare i bicchieri vuoti. Senza alcool la mia parcella sale di parecchio, non è il caso di farmi aspettare.

Il punto è che una volta finita, e soprattutto se in malo modo, la storia, con uno strappo repentino dopo una lunga agonia di incomprensioni, capita che uno dei due non sappia proprio arrendersi al fallimento, all’idea di aver perso qualcosa o qualcuno che, in definitiva, aveva sempre dato per scontato nella sua vita, così come ognuno di noi dà per assodato il proprio piede o il gomito. Non è in grado, diciamocelo, di capire bene gli errori, se di errori si può parlare, compiuti nella relazione e che, quindi, lo sappiamo benissimo, continuerà a ripetere all’infinito come in un girone infernale, come Prometeo cui un’aquila staccava gli intestini che gli ricrescevano durante la notte affinché il giorno successivo potesse patire nuovamente i tormenti della lacerazione delle carni. E così noi continuiamo a rispondere a quei messaggi di amore inutilmente inconsolabile, a tenere testa ad insulse scenate di gelosia fuori tempo massimo, ci facciamo crescere nuovamente dentro quei sentimenti per farceli strappare di nuovo, nonostante i dolori della fine della storia già patiti a sufficienza. Chissà cosa pensiamo davvero di dover scontare, quale malefatta di una vita passata riteniamo di aver compiuto per rimanere incastrati in enormi ruote panoramiche da cui ci affacciamo sulla nostra stessa mestizia.

Il club dello spazzolino da denti

Una volta a casa sua, mi aveva prestato uno spazzolino da denti. Sembrava usato, e anche malridotto. Alla vista della mia faccia perplessa, mi spiegò: era quello che usavo io prima, se non ti fa schifo usalo pure. Lo fissavo mentre, nel piccolo bagno al piano di sopra, quello adiacente alla cucina, insaponava i suoi denti piccoli e diritti con la faccia tirata in una di quelle smorfie che si fanno quando qualcuno racconta un episodio parecchio splatter. Mia madre adora raccontarmi vicende che io chiamo “ai confini della realtà”, per la particolare truculenza che ci mette nei dettagli, che mi fa socchiudere gli occhi e arricciare le guance all’insù. Ecco, mentre strofinava i denti bianchicci di dentifricio, lui faceva la stessa faccia contrita e io lo guardavo tra il divertito e il preoccupato. Presi quello spazzolino dalle sue mani, che mi porgeva come a sfidarmi sui miei pregiudizi piccolo borghesi sull’igiene della società contemporanea. Decisi che non gliela avrei data vinta, e avrei mostrato di fidarmi. Ci piazzai uno sbuffo di dentrificio su, con la solennità di chi deve dimostrare qualcosa. Come se avessi impugnato uno skateboard sulla cima di un dirupo davanti a tutti i ragazzi ripetenti della mia scuola, oppure un bisturi di fronte ad un uomo colpito da un proiettile che avesse come unica speranza di sopravvivenza le mie mani, che peraltro sono ferme come un cane sui pattini in un video strappalike, ho avvicinato quell’oggetto spelacchiato che sì, mi faceva schifo non poco, alla bocca e ho chiuso gli occhi, arricciando le guance all’insù. Quando li ho riaperti, lui mi fissava con lo sguardo accigliato con cui mi guardava di solito quando dicevo una delle mie tante stupidaggini. Come al mio solito quando qualcuno mi spinge a dimostrargli qualcosa, ho eseguito davanti a lui il compito assegnatomi con fare brillante e dinsivolto. Ho sputato grumi di dentrificio pastoso nel lavandino e non ci ho pensato più.

Alcune sere dopo, mi raggiunge a casa un’amica per cena. M. veniva spesso da me in quel periodo, parlavamo un sacco di tutto e si faceva tardi, assieme, per cui capitava che dormisse da me. Mentre è al bagno mi racconta di un ragazzo, l’ultimo dei tanti imbecilli, che l’aveva invitata a casa sua e lei era rimasta a dormire con lui. Prende a raccontarmi di come era casa sua, mentre io, nella camera accanto, la ascoltavo parlare mentre piegavo i vestiti che erano accumulati sulla sedia, per far spazio alle sue cose.

“E poi mi dà questo spazzolino da denti, no? Dovevi vederlo, era consumato come un vecchio copertone in una discarica a cielo aperto, non puoi capire che schifo. Chissà a quante ragazze lo fa usare, quella specie di latrina pubblica. Sicuramente a tutte quelle che si porta a casa per scoparsele dopo le serate in cui lavora al pub, ci scommetto quello che vuoi, quel lurido!”

Ho alzato piano lo sguardo dalla gonna di velluto che stavo ripiegando con cura e credo di aver anche spalancato la bocca, non lo ricordo con esattezza. Come in una specie di sonno della ragione o, peggio, nel pieno risveglio di essa, ho fissato la porta del bagno da cui usciva, filtrata, la voce di M. che continuava a sparlare del sozzone che aveva conosciuto. È stata proprio la vista di quello spazzolino a dargli questo simpatico nomignolo, sozzone, e chiaramente ancor più sozzone erano le deficienti che lui portava a casa sua e che magari lo usavano pure, quello spazzolino merdoso!, continuava ad inveire M.

Come per un mancamento, mi sono seduta sulla sedia stracolma di vestiti, incurante di spiegazzarli con il mio culo tremolante. Il pensiero che fossi anche io una sozzona mi fece sbottare a ridere istericamente.

Chiaramente il sozzone della mia amica e quello che aveva osato utilizzare la stessa pratica senza preoccuparsi di farmi condividere ogni batterio e residuo di cibo con tutte quelle che aveva portato a casa sua prima di me, senza alcun contraccettivo che difendesse il mio alito e l’integrità delle mie tonsille, non erano la stessa persona. Ma se questa faccenda era condivisa da almeno due persone di mia conoscenza, lo spazzolino orgiastico, il polispazzolino, lo spazzolino aperto o comunque lo si voglia chiamare, era pratica di chissà quanti altri ancora. Magari anche di persone che conosciamo. Che so, vicini di casa, colleghi di lavoro, conoscenti di un bar. Un club segreto, una specie di fottuta confraternita che utilizza quello bastoncino ciuffoso come simbolo di libertà sessuale, e magari nell’offrirlo alla propria conquista vuole addirittura significare una proposta di un rapporto libero, di un threesome, che ne so. Accidenti, magari accettando quello schifo, l’ultima volta, avevo dato, senza saperlo, il mio consenso per una notte a tre con chissà chi, e la prossima volta che fossi andata da lui avrei trovato ad aspettarmi suo cugino, quello coi brufoli, ficcato sotto le lenzuola senza vestiti addosso, o la sua coinquilina con i denti storti e l’alito pesante, Giorgia.

Alito pesante, pensai. Oh mio Dio.

Da allora ogni volta che entro nella casa di qualcuno che mi piace e che mi invita a salirci al termine di una serata insieme, con una scusa vado diritta al bagno, controllo il numero di spazzolini corrispondenti a quello dei coinquilini, senza dimenticare di aprire gli armadietti per cercarlo bene, quel simbolo di dissoluzione, quella proposta oscena travestita da sana abitudine, quell’invito aberrante ad abbandonare la moralità dei miei costumi. Se non trovo niente, torno a sedermi sul divano e finisco il mio bicchiere. Se trovo un qualsiasi spelacchio in un cassetto o nell’anta dello specchio, fingo un contrattempo, saluto in fretta e prendo un taxi, di corsa, per tornare a casa, prima che la faccenda si faccia troppo affollata.

Amore ‘ntuosseco

Oggi ripensavo a quella volta in cui, per limonare, ho messo su un vecchio film di drogatelli. Credo sia davvero la rappresentazione più alta del livello raggiunto dalle mie relazioni e al contempo il picco del ridicolo più grande mai toccato. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Ma poi, il film non è mica uno qualsiasi, è bello tosto, con una colonna sonora angosciante e gente che si buca da tutte le parti. All’inizio, quello di “dove ce la spertusiamo la venazza?”, fa ancora mezzo ridere vedere Cesare e gli altri in giro a svoltare, là ci sarebbe stato proprio bene un bacio. Ma lui non si sbriga e il film va avanti. Arriviamo, così, alla parte in cui Michela va in overdose e comincia a tremare e sbavare per le convulsioni. Cazzo, tra dieci minuti finisce il film e io sto qui come una scema, penso.

Maria, ma quella sta morendo!, sputazza bile e Cesare piange, che non sa che fare. Non è il momento, questo. Ho capito, ho capito!, mi rispondo, ma ho comprato una bottiglia che non mi è rimasto più un soldo in tasca per sta serata del cazzo, non la faccio finire così, senza neanche un bacio. Che grande idea, mettere su un film di tossici dell’83 per impressionarlo, ad uno che ha la cultura cinematografica di un seguace dei Vanzina, e magari la cosa più paurosa che ha visto in tv è ET. Si è impressionato sì, il ragazzo, ma non per la qualità del film, no. Si è preso a male per ogni benedetta pera che si facevano i personaggi del film. Porca miseria. Quando loro si bucavano, lui si dimenava sul divano come un topolino bianco dagli occhi rossi in una teca piena di bisce messe a dieta per l’occasione.

La serata sta andando parecchio male, non trovi?, mi dico. Che pensata geniale, davvero, i miei complimenti, mi dicevo, mentre di sottecchi lo guardavo portarsi le mani al volto a coprirsi gli occhi. Vivissimi complimenti. Sì ma ormai è fatta, continuo a contestarmi in silenzio. Qua si arriva ai titoli di coda senza nemmeno uno sguardo che consola. Ma che te ne frega, mi rispondo stizzita, non lo vedi che è tutto sbagliato?

Non vi dirò se il bacio c’è stato o meno. Pensate quello che volete, non è importante. Ciò che conta è che, alla fine, lui è scappato via al termine del film lasciando il portafogli sul tavolino, pur di andarsene in fretta. Sarà stato il film? No, non credo. Non credo affatto. Credo di essere stata proprio io. Il giorno dopo mi ha mandato un whatsapp perché gli lasciassi le sue cose al bar. Del resto, una volta fuori dalla teca, il topolino non ci rientra nemmeno per riprendersi il bancomat. Mica scemo.

What happens in Zara stays in Zara

Una volta ho incontrato un tizio, ed è andato tutto alla malora. Vorrei potervi dire che si trattava del solito rifiuto umano raccattato come una pezza ad una svendita in cui, a poco prezzo, credi di aver fatto un grande affare e ti ritrovi l’armadio infestato dalle pulci. Eppure in quel periodo giravo anche io con un cartello che gridava alle grandi occasioni, ma c’era davvero tanto da spendere e ben poco da guadagnare.

Mi sono accanita, ho cercato di cambiarlo, di spingerlo a migliorare, a lasciare il reparto dei saldi per raggiungere almeno il piano basic di Zara. Poi mi sono arresa, ho imparato a lasciar andare, a concentrarmi su di me, sui miei problemi e i cambiamenti, necessari, che mi aspettavano. Ho inforcato le scale mobili, sono passata dalla cassa e l’ho guardato mentre rimaneva lì, su una gruccia, in attesa che qualcuno passasse da quelle parti e si infatuasse della sua stoffa in apparenza morbida e profumata, cercando di non mettermi ad urlare ai presenti di lasciarlo perdere, che erano ancora in tempo, che dopo un paio di lavaggi avrebbe infeltrito anche le migliori intenzioni. Ho inghiottito ogni senso di colpa per quel fallimento, e sono andata via, mi sono data una botta di ferro alle pieghe più accigliate e, borbottando, ho ripreso colore.

Ci siamo ritrovati dopo anni in un mercatino dell’usato, stanchi entrambi delle centrifughe e delle stropicciature da sedia, dove ci hanno lasciato a giacere e a spezzarci le ossa ad ogni cambio d’abito. Lui era appeso a mo’ di foulard alla borsa di una ragazza con un completo verde rana, non proprio piacente, ma che mostrava di sapere il fatto suo. Io mi annoiavo su una bancarella, in attesa che passasse qualcuno di interessante verso il quale far svolazzare la mia fantasia a rombi, classica e mai demodè. Ero molto cambiata da quando mi aveva vista l’ultima volta, di una taglia oversize e colorata come si portava qualche anno fa, prima di essere ricucita e rimessa a nuovo da una sartina compiacente che aveva creduto in me e mi aveva restituita alla vita con un aspetto più rugoso ma anche più gradevole. Si è slacciato dalla borsa della rana e si è arrampicato alla griglia su cui ero stata appoggiata, ci siamo scambiati i numeri di telefono ma erano sempre quelli, li avevamo già. Prima che la tipa si mettesse a gracidare “al ladro”, mi ha fatto un occhiolino con un lembo penzolante ed è sgusciato via. Dopo fiumi di messaggi, gli ho chiesto di incontrarci, ma lui aveva paura di lasciare quel cuoio cui era stato ben abbinato, e tentennava. Si ricordava, evidentemente, di come fosse difficile avere a che fare con me, ma al momento non riuscii a capire quanto fosse in realtà una fortuna, mi dannavo soltanto di non riuscire a trovare anche io chi mi rendesse un completo, ma d’alta moda. Fattosi inverno, pensavo già di tornare dalla sartina per diventare un cappotto, quando lui ha bussato alla mia porta. Erano le quattro del mattino, era visibilmente ubriaco, aveva fili che gli pendevano scomposti ai lati e quell’aria sfilacciata che mi aveva sempre affascinato di lui. Così l’ho invitato ad entrare e ci siamo arrotolati nel comó tutta la notte. Era cambiato, finalmente, aveva capito che voleva me e che voleva essere diverso, basta inganni, niente più forzature e bugie. Era arrivato anche per lui il momento di crescere, di diventare altro da qual miscuglio di trame ed orditi di cui era composto.

Il giorno dopo mi risveglio tra i calzini, lui era già andato via. Aveva lasciato cucito su un tovagliolo che sarebbe tornato quella sera, non si è più fatto vivo. Nei giorni successivi ho pianto batuffoli di rabbia e vomitato gomitoli di bile. Ero tornata, d’un tratto, alle grandi occasioni, ma quelle perse, perse per sempre, che non dimentichi più e che devi ricordare per tutta la vita, perché non ci si può dar via così, a buon mercato, nemmeno per un grande amore e che poi non è mica un grande affare quello per cui prendi due e paghi uno, perché quell’uno, che sborsa e sbuffa, sei sempre te e solo te.

Il giorno della liberazione

“Ma Maria! Questo non si dice la prima volta che esci con qualcuno!”, mi dice G. mentre sorseggia la sua ginger beer al tavolino di Nea. “Mi sorprendi.”

“Ma come? Era una cosa bella!”, faccio io un po’ piccata. Sono sempre quella che non sa dire la cosa giusta e, anzi, straparla facendo figuracce. Ma questa volta ero disposta a combattere prima di ammettere di avere torto marcio. Anche se cominciavo già a sentire la puzza.

“Appunto”. F. mi sbuffa in faccia il suo sdegno assieme a una boccata di fumo. Strabuzzo gli occhi, sentendomi tradita.

“Cosa? Senti – le dico – tu non eri quella dell’animo del maledetto labrador? Della fedeltà agli altri? Per una volta che sono stata fedele a me, a quello che penso io, pure questo non va bene adesso!”

“Senti tu – che tu lo voglia o no – e puoi difendere la tua posizione quanto vuoi, non esiste un rapporto senza strategie”.

Tornando a casa, ripensando a quella conversazione, mi chiedevo se fosse davvero così. Se la relazione è un ingranaggio ben oliato con rotelle che muovono i loro dentini una intorno all’altra senza mordersi mai, allora l’incontro con l’altro non è che una serie di meccanismi che mettiamo in pratica senza nemmeno rendercene conto?

Ho sempre creduto che in un rapporto avessero diritto di esistere i bisogni propri e altrui e la condivisione di essi, niente tattiche o strategie. Ma quello che saltava fuori da quei discorsi era cosa ben diversa, che invece diritto di cittadinanza ce l’avessero la dissimulazione e l’apparenza, che, come il più feroce dei Minniti, propagandano la persecuzione di ogni manifestazione spontanea ed autentica di sè. E la strategia, attenzione, non è soltanto quella che banalmente prefissa un obiettivo e il suo raggiungimento, verso un futuro incerto di cui nessuno sa dire come andrà a finire, ma è anche una specie di verme ritorto su se stesso, una sgradevole larva che infesta le migliori intenzioni rivolta non tanto a ciò che accadrà nel futuro ma, verso il passato, a ciò che sarebbe dovuto accadere, o è già accaduto. Sono le aspettative, gli stereotipi, le esperienze passate, i rapporti archetipici che ci impongono di comportarci secondo quegli schemi immutabili, senza alcuna libertà di vivere il tempo presente, in cui rimaniamo incastrati come un germoglio che nasce il primo giorno di primavera e poi muore.

Scuotevo la testa al pensiero che le mie amiche avessero ragione, gli strateghi sono sempre stata gente che è meglio perderla che trovarla, e io rifuggo da loro come alla vista della più veloce delle blatte, che in questi periodi ritornano a trovarci alla ricerca dei nostri piedi nudi nei vecchi sandali tirati fuori dall’armadio. Eppure non sono forse quella che non invia un messaggio se non ha già ricevuto un cenno di considerazione – anche se so accontentarmi di segni del tutto casuali e autoriferiti, come vedere per la strada qualcuno che indossa un maglione anche solo vagamente rassomigliante a quello che ha indossato il cugino dell’amico di quello che mi piace in una vecchia foto su Facebook – e non prima?

Quando è stata l’ultima volta in cui non mi sono preoccupata delle conseguenze di una parola, di un sorriso, di un messaggio senza risposta? E non ho letto nell’altro una strategia in comportamenti malcelatamente ambigui? E quando mai ho ignorato che ogni mezzo a mia disposizione potesse risultare utile come una vera e propria arma per arrivare all’obiettivo prefissatomi?

E se è strategia quella che ho individuato in ognuno dei gesti altrui, come posso dirmi veramente libera dall’averla utilizzata a mia volta, anche solo con la scusa di tutelare, di volta il volta, la mia negletta e disperata posizione?

Allora avevano ragione loro: ogni rapporto è dunque strategia.

“Per fortuna che non è così”, mi hai detto, quasi sbuffando, interrompendo questo ostinato flusso di pensieri, e chissà se ce l’avevi davvero con me, concentrato com’eri a pensare ai fatti tuoi. Poi ti sei voltato verso di me, mi hai strizzato l’occhio e ti sei voltato di nuovo a guardare fisso davanti a te. E io non mi sono fatta più domande, che tanto poi a cosa servono, se non a formulare nuove ed inesplorate, quanto stramaledette, strategie.

All Crush Are Bastards

IMG_4660-04-03-18-05-49 (1)Scappano, ritornano, inquinano le esistenze altrui senza pensarci due volte. Manipolano l’esistente per esistere essi stessi. Vogliono che sia tu a farli esistere, perché senza l’attenzione, lo spasimo, la confusione altrui non sono che ologrammi sgangherati che rischiano di cadere per terra come fondali di cartone di una scenografia posticcia: non è altro che la loro vita a reggersi su instabili assi di truciolato. Sanno come agganciarti, basta un messaggio, ma che dico, un sorriso da lontano mentre bevi il tuo bicchiere fuori al buco pertuso e comincia così il tiro alla fune, anzi della lenza che hanno lanciato verso di te e il cui amo si è conficcato direttamente nel tuo sedere, non sia mai che dovessi fraintendere dove vogliono buttartelo alla fine dei giochi. Tentennano, si sottraggono, nemmeno un numero di telefono vogliono darti. “È più divertente così, no?” Evidentemente non sanno che a far ridere sono solo loro. Se li guardi bene, sono rattrappiti dalle loro stesse ansie, come un segreto appallottolato e gettato nel cestino da quel compagno di classe che non sa ancora che gli altri andranno a infilare le mani nelle peggiori schifezze pur di renderlo lo zimbello di tutti. Eppure per te ancora conservano dignità, ma come è possibile?

A non darti il numero di telefono ti fanno quasi un piacere eh, attenzione, se fossi una persona senza importanza te lo avrebbero dato. Certo, non fa una piega, scusami ma queste maniche lunghe alla camicia te le lego io dietro alla schiena o fai da solo?, mi verrebbe da chiedere. Non fanno che confondere le carte per non farti capire una mazza, nemmeno dove ti trovi in questo momento. Beh, in un posto scomodo, te lo dico io. Poi ritornano, non sia mai detto che mollino la presa, soprattutto se li lasci andare tu per la loro strada dissestata, si annoiano e danno una scorsa alla rubrica, sì, una bella rimescolata ai giocatori lasciati in panchina fa sempre bene. Mescola che ti rimescola, dal brodo che preparano, qualche gallina salta sempre fuori. Poi tragedie, melodrammi che nemmeno sui più grandi palcoscenici del mondo si consumano con altrettanta avidità. In fondo cercavano solo un’amicizia, che hai capito? Dieci appuntamenti con otto aperitivi diversi, viaggi in taxi nei punti più disparati di Napoli e non so più quanti vestiti comprati da H&M per fare la tua porca figura smagliante al modico costo di 39 euro e 90 centesimi, e potevi andarci in tuta con le ciabatte. A saperlo prima.

Una volta che tutto questo, poi, ti conduce all’esaurimento più vasto che si sia mai registrato sulla scala richter della tua follia, allora sanno tirare fuori quello sguardo di commiserazione e disagio che solo un messaggio su whatsapp in cui ti chiedono spiegazioni che hai già fornito con la precisione e i calcoli di un ingegnere impiegato in un cantiere edile a cielo aperto può essere peggio. E così, non puoi che sprofondare nell’universo dei potevo, dei dovevo e dei volevo che si stringe intorno a te come una tagliola impietosa sul manto candido di una bestiola saltellante nella neve. Sarò capace di liberarmi?, penserai allo stesso modo. No. Perché non è che uno scontro, continuo, ripetuto, violento, con qualcuno che non ha intenzione di riconoscerti, di accettare quello che sei e che vuoi, condividere e negoziare i termini di un incontro, uno scambio. Ma ti reprime, ti soffoca, ti manipola fino all’inverosimile, per raggiungere chissà quale obiettivo. Anzi lo so. Nessuno. “E se non volessi dare niente? E se non volessi niente?”, ti chiederanno quando proverai a reagire. Ma tu non smettere di definirti, di far seguire assertivamente ad ogni tua parola il comportamento che sai essere quello giusto, perché è tuo e solo tuo, e nessuno potrà togliertelo. E quando tutto finirà, come in uno scontro in piazza dove si alzano ancora da terra i fumi dei lacrimogeni lanciati con tremenda precisione e furiosa pervicacia, rimetterai insieme i pezzi rovinati a terra e cercherai le persone disperse. Al dissiparsi della folla e del fumo, quando alzerai gli occhi al cielo per capire di che colore sia, ricordatelo.

All Crush Are Bastards.