Il giorno della liberazione

“Ma Maria! Questo non si dice la prima volta che esci con qualcuno!”, mi dice G. mentre sorseggia la sua ginger beer al tavolino di Nea. “Mi sorprendi.”

“Ma come? Era una cosa bella!”, faccio io un po’ piccata. Sono sempre quella che non sa dire la cosa giusta e, anzi, straparla facendo figuracce. Ma questa volta ero disposta a combattere prima di ammettere di avere torto marcio. Anche se cominciavo già a sentire la puzza.

“Appunto”. F. mi sbuffa in faccia il suo sdegno assieme a una boccata di fumo. Strabuzzo gli occhi, sentendomi tradita.

“Cosa? Senti – le dico – tu non eri quella dell’animo del maledetto labrador? Della fedeltà agli altri? Per una volta che sono stata fedele a me, a quello che penso io, pure questo non va bene adesso!”

“Senti tu – che tu lo voglia o no – e puoi difendere la tua posizione quanto vuoi, non esiste un rapporto senza strategie”.

Tornando a casa, ripensando a quella conversazione, mi chiedevo se fosse davvero così. Se la relazione è un ingranaggio ben oliato con rotelle che muovono i loro dentini una intorno all’altra senza mordersi mai, allora l’incontro con l’altro non è che una serie di meccanismi che mettiamo in pratica senza nemmeno rendercene conto?

Ho sempre creduto che in un rapporto avessero diritto di esistere i bisogni propri e altrui e la condivisione di essi, niente tattiche o strategie. Ma quello che saltava fuori da quei discorsi era cosa ben diversa, che invece diritto di cittadinanza ce l’avessero la dissimulazione e l’apparenza, che, come il più feroce dei Minniti, propagandano la persecuzione di ogni manifestazione spontanea ed autentica di sè. E la strategia, attenzione, non è soltanto quella che banalmente prefissa un obiettivo e il suo raggiungimento, verso un futuro incerto di cui nessuno sa dire come andrà a finire, ma è anche una specie di verme ritorto su se stesso, una sgradevole larva che infesta le migliori intenzioni rivolta non tanto a ciò che accadrà nel futuro ma, verso il passato, a ciò che sarebbe dovuto accadere, o è già accaduto. Sono le aspettative, gli stereotipi, le esperienze passate, i rapporti archetipici che ci impongono di comportarci secondo quegli schemi immutabili, senza alcuna libertà di vivere il tempo presente, in cui rimaniamo incastrati come un germoglio che nasce il primo giorno di primavera e poi muore.

Scuotevo la testa al pensiero che le mie amiche avessero ragione, gli strateghi sono sempre stata gente che è meglio perderla che trovarla, e io rifuggo da loro come alla vista della più veloce delle blatte, che in questi periodi ritornano a trovarci alla ricerca dei nostri piedi nudi nei vecchi sandali tirati fuori dall’armadio. Eppure non sono forse quella che non invia un messaggio se non ha già ricevuto un cenno di considerazione – anche se so accontentarmi di segni del tutto casuali e autoriferiti, come vedere per la strada qualcuno che indossa un maglione anche solo vagamente rassomigliante a quello che ha indossato il cugino dell’amico di quello che mi piace in una vecchia foto su Facebook – e non prima?

Quando è stata l’ultima volta in cui non mi sono preoccupata delle conseguenze di una parola, di un sorriso, di un messaggio senza risposta? E non ho letto nell’altro una strategia in comportamenti malcelatamente ambigui? E quando mai ho ignorato che ogni mezzo a mia disposizione potesse risultare utile come una vera e propria arma per arrivare all’obiettivo prefissatomi?

E se è strategia quella che ho individuato in ognuno dei gesti altrui, come posso dirmi veramente libera dall’averla utilizzata a mia volta, anche solo con la scusa di tutelare, di volta il volta, la mia negletta e disperata posizione?

Allora avevano ragione loro: ogni rapporto è dunque strategia.

“Per fortuna che non è così”, mi hai detto, quasi sbuffando, interrompendo questo ostinato flusso di pensieri, e chissà se ce l’avevi davvero con me, concentrato com’eri a pensare ai fatti tuoi. Poi ti sei voltato verso di me, mi hai strizzato l’occhio e ti sei voltato di nuovo a guardare fisso davanti a te. E io non mi sono fatta più domande, che tanto poi a cosa servono, se non a formulare nuove ed inesplorate, quanto stramaledette, strategie.

All Crush Are Bastards

IMG_4660-04-03-18-05-49 (1)Scappano, ritornano, inquinano le esistenze altrui senza pensarci due volte. Manipolano l’esistente per esistere essi stessi. Vogliono che sia tu a farli esistere, perché senza l’attenzione, lo spasimo, la confusione altrui non sono che ologrammi sgangherati che rischiano di cadere per terra come fondali di cartone di una scenografia posticcia: non è altro che la loro vita a reggersi su instabili assi di truciolato. Sanno come agganciarti, basta un messaggio, ma che dico, un sorriso da lontano mentre bevi il tuo bicchiere fuori al buco pertuso e comincia così il tiro alla fune, anzi della lenza che hanno lanciato verso di te e il cui amo si è conficcato direttamente nel tuo sedere, non sia mai che dovessi fraintendere dove vogliono buttartelo alla fine dei giochi. Tentennano, si sottraggono, nemmeno un numero di telefono vogliono darti. “È più divertente così, no?” Evidentemente non sanno che a far ridere sono solo loro. Se li guardi bene, sono rattrappiti dalle loro stesse ansie, come un segreto appallottolato e gettato nel cestino da quel compagno di classe che non sa ancora che gli altri andranno a infilare le mani nelle peggiori schifezze pur di renderlo lo zimbello di tutti. Eppure per te ancora conservano dignità, ma come è possibile?

A non darti il numero di telefono ti fanno quasi un piacere eh, attenzione, se fossi una persona senza importanza te lo avrebbero dato. Certo, non fa una piega, scusami ma queste maniche lunghe alla camicia te le lego io dietro alla schiena o fai da solo?, mi verrebbe da chiedere. Non fanno che confondere le carte per non farti capire una mazza, nemmeno dove ti trovi in questo momento. Beh, in un posto scomodo, te lo dico io. Poi ritornano, non sia mai detto che mollino la presa, soprattutto se li lasci andare tu per la loro strada dissestata, si annoiano e danno una scorsa alla rubrica, sì, una bella rimescolata ai giocatori lasciati in panchina fa sempre bene. Mescola che ti rimescola, dal brodo che preparano, qualche gallina salta sempre fuori. Poi tragedie, melodrammi che nemmeno sui più grandi palcoscenici del mondo si consumano con altrettanta avidità. In fondo cercavano solo un’amicizia, che hai capito? Dieci appuntamenti con otto aperitivi diversi, viaggi in taxi nei punti più disparati di Napoli e non so più quanti vestiti comprati da H&M per fare la tua porca figura smagliante al modico costo di 39 euro e 90 centesimi, e potevi andarci in tuta con le ciabatte. A saperlo prima.

Una volta che tutto questo, poi, ti conduce all’esaurimento più vasto che si sia mai registrato sulla scala richter della tua follia, allora sanno tirare fuori quello sguardo di commiserazione e disagio che solo un messaggio su whatsapp in cui ti chiedono spiegazioni che hai già fornito con la precisione e i calcoli di un ingegnere impiegato in un cantiere edile a cielo aperto può essere peggio. E così, non puoi che sprofondare nell’universo dei potevo, dei dovevo e dei volevo che si stringe intorno a te come una tagliola impietosa sul manto candido di una bestiola saltellante nella neve. Sarò capace di liberarmi?, penserai allo stesso modo. No. Perché non è che uno scontro, continuo, ripetuto, violento, con qualcuno che non ha intenzione di riconoscerti, di accettare quello che sei e che vuoi, condividere e negoziare i termini di un incontro, uno scambio. Ma ti reprime, ti soffoca, ti manipola fino all’inverosimile, per raggiungere chissà quale obiettivo. Anzi lo so. Nessuno. “E se non volessi dare niente? E se non volessi niente?”, ti chiederanno quando proverai a reagire. Ma tu non smettere di definirti, di far seguire assertivamente ad ogni tua parola il comportamento che sai essere quello giusto, perché è tuo e solo tuo, e nessuno potrà togliertelo. E quando tutto finirà, come in uno scontro in piazza dove si alzano ancora da terra i fumi dei lacrimogeni lanciati con tremenda precisione e furiosa pervicacia, rimetterai insieme i pezzi rovinati a terra e cercherai le persone disperse. Al dissiparsi della folla e del fumo, quando alzerai gli occhi al cielo per capire di che colore sia, ricordatelo.

All Crush Are Bastards.